A gran giornate

A gran giornate
Su questo furgone rubato ci siamo io – prima cercavo una ragazza tra le macerie della città esplosa; Onorato Casamagna e la sua bambola gonfiabile; Franco Spaventa con la lingua biforcuta e i buchi nelle guance, fatti coi ferri da maglia; Tullio Semenzani sempre in bilico tra abbracci notturni e ciniche meschinità; Nathan il sacrestano nudo; Marius Duprez, comico da varietà che conosce barzellette poco (o troppo) divertenti, e fino a qualche giorno fa c'era anche Ollssen, ma proprio ora – per evitare la morte – sta strimpellando le sonatine di Clementi. Senza meta, in viaggio, non so dire da quanto tempo: le notti e i giorni sono bui e la sera ci raccontiamo i sogni o forse, semplicemente, descriviamo a vicenda quel che vediamo a occhi aperti: «le donne. Nelle nostre fantasie crepuscolari e notturne, si mescolano romanticherie deteriori e violenza distruttiva, parolette dolci e scopate a secco». Laggiù dev'esserci un bordello (o forse un supermarket con annesso postribolo, difficile distinguere), potremmo andarci e smetterla con questo calzino sull'uccello per arginare improvvise eiaculazioni notturne, ma è qualcos'altro quel che cerchiamo: poi la vediamo, immensa...
Crescendo grottesco che sconfina nel surreale, A gran giornate è l'itinerario di un gruppo di uomini – maschi, goffi, incompleti – alla ricerca di qualcosa che riempia di senso le loro misere esistenze. Vivono in un'apocalittica Italia, collocabile nel futuro e allo stesso tempo molto simile a quella attuale: ciminiere, autostrade, cemento, detriti, boschi scuri e grandi bestie a minacciare le vite degli esseri umani. Il loro incontrarsi è casuale, ma da esso nasce una fratellanza inaspettata, quasi istintiva, animale. Sono persone che temono gli animali selvaggi o sono mostri che non s'accorgono di essere tali? Morandini scherza col peggio del Bel Paese e senza seguire l'ordine lineare degli eventi ci trasporta in un'avventura picaresca, un'odissea senza scopo che ha in sé tanta buona letteratura italiana, coltivata in modo nuovo: dagli ironici “nomi parlanti” – Onorato Casamagna passa gran parte del suo tempo a bordo di un'auto e Franco Spaventa, nonostante gli sforzi, non fa paura a  nessuno –  che rimandano a Boccaccio,  al ritratto della provincia, malata di pettegolezzo e di piccoli scandali borghesi, che somiglia tanto alla Luino di Chiara, sebbene più smaliziata, corrosa e invecchiata dai difetti della nostra contemporaneità. C'è molto umorismo nero in questo romanzo, forse lo stesso che si vedeva nella commedia italiana degli anni Sessanta-Settanta (nei “Mostri” di Dino Risi, ad esempio), ma qui risuona in modo ancor più devastante: persino il male fisico diventa grottesco (il sudore verde marcio di Gabriele Angous, “l'Uomo Malato”) e  i personaggi, seppur esagerati e assurdi (il romanzo andrebbe letto solo per la storia di Francine, la “personal nurse”), risultano paradossalmente credibili. Con una scrittura che sa destreggiarsi egregiamente tra linguaggio prezioso e scurrile e un'ironia che sa far ridere fino alle lacrime, Morandini si prende gioco un poco anche di noi lettori: non siamo forse identici a quei personaggi che ascoltando le barzellette-nonsense di Marius Duprez ridono sguaiatamente, quando leggiamo A gran giornate e sghignazziamo di qualcosa che divertente in realtà lo è poco, o quasi per nulla?

 

 

 

 
 
 
 
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