Grande guerra bianca

Grande guerra bianca

Vecchie baracche per le truppe si nascondono sulla Cima Tuckett, oppure sotto l’Hintere-Madatsch, gruppo Ortles. A cento anni di distanza dal massacro della Grande Guerra, finestre spalancate sull’ecatombe fratricida, con pietosa freddezza. Si sciolgono i ghiacciai e riemergono reticolati arrugginiti, lassù, alla vedretta di Lares, gruppo Adamello. E poi ecco resti dei depositi di munizioni abbandonati nel gelo di monte Botteri, gruppo della Presanella, e un surreale cannone italiano da 149 mm che guarda qualcosa sulla Cresta Croce, puntando forse il cielo. Vecchi occhiali da ghiacciaio dimenticati, o forse caduti mentre si stava abbandonando la postazione, tra le pietre del villaggio militare di Filon del Mot, 2773 metri, sopra la strada dello Stelvio. Sinistri sbarramenti di filo spinato serpeggiano nel passo dell’Ables, salendo verso la Cima Nagler. Altrove, umilianti matasse di filo spinato. Un fucile austriaco sprofondato da qualche parte, per i declivi del monte Scorluzzo. Una giberna italiana carica di munizioni. Una baracca riaffiora sul Grande Cono di Ghiaccio, sotto la Cima Thurwieser. Altrove, i resti di un povero focolare all’interno di un rifugio italiano. Tralicci a Cima Solda, in lontananza lo spettacolo silenzioso del ghiacciaio del Cevedale. Il motore dell’impianto teleferico e lo scaffale degli attrezzi nascosti nella Punta Linke, Gruppo Cevedale. Poco oltre, a Punta Cadini, resti dell’avamposto imperiale, con la scalinata di accesso alle postazioni di vetta. Una tracolla per portarsi dietro una maschera antigas. Un passamontagna degli Alpini. Una garitta italiana guarda il ghiacciaio del Dosegù. Pizzo Tonale: crateri lunari a puntinare il paesaggio, dovute ai bombardamenti italiani. Un’allucinante maschera antigas sembra mostrare lo sguardo sbarrato di un soldato difronte al massacro. Una postazione coperta per una mitragliatrice, a Cimon delle Gere. Gli stivali imbottiti di una sentinella. Postazioni di difesa al passo di Folgarida. Una forchetta artigianale fatta di fil di ferro. Una croce votiva costruita col filo spinato. Scarponi coi ramponcini antiscivolo. Le brande con la paglia nascoste nella galleria del Corno di Cavento, Gruppo Adamello. Graffiti sulle pareti. Frammenti di vecchie edizioni del "Corriere della Sera" che raccontano la "finis Austriae": 14 ottobre 1918. Vecchie carte da gioco restituite dal ghiaccio. Armoniche a bocca. Il comando austriaco conosciuto come "dolina degli sloveni" sul Monte Chiesa, sembra di lontano la rovina di un antico monastero. Resti di un berretto austriaco. La galleria Rosso, scavata tra le rocce della Forcella V, Gruppo Marmolada. Rovine di costruzioni militari italiane sotto la Forcella Grande, Ferrata Dibona, Monte Cristallo. Una targa dedicata ai soldati austriaci che costruirono la galleria della postazione austriaca Himmel Wache, Cima Undici, Dolomiti di Sesto. Peio, cimitero militare austriaco di san Rocco: funerale dei soldati ritrovati nel 2012 sul Ghiacciaio Presena…

Il fotografo valdostano Stefano Torrione, già collaboratore di “Epoca” e del “National Geographic”, e l’alpinista trentino Marco Gramola, presidente della sezione storica della SAT (Società Alpinisti Tridentini) del Club Alpino Italiano, si sono incontrati per Trentino e Tirolo: Torrione si stava dedicando a un lavoro sui miti, sulle leggende e sui riti alpini, en passant si documentava sulla Guerra Bianca; l’incontro con Gramola è servito a capire che quella documentazione poteva essere eccezionalmente diversa e ben più complessa, arrampicandosi sino alla linea del fronte più alto mai conosciuto da una guerra europea, magari tra i ghiacciai sciolti, andando dallo Stelvio al Cevedale, dall’Adamello alla Presanella, dall’Alta Valle di Ledro al Pasubio, passando per l’Ortigara, il Lagorai, il Cauriol e il monte Cristallo, fino alla Marmolada, a Cima Undici, alla Croda Rossa. Quasi cento forti, da quelle parti. E così Torrione ‒ che stando a quanto riferisce Enrico Martinet nella postfazione, aveva sempre fotografato persone, non la loro assenza ‒ s’è ritrovato a ragionare “di diari, di pipe e di pettini emersi dal ghiaccio, di lettere d’amore e scatolette di sardine, di centinaia di bottigliette di vetro spesso, con etichette di farmacie che contenevano l’indicazione di mentolo e alcol. Rimedio al raffreddamento, in realtà scolato per darsi euforia, per avere un po’ di oblio”. E simbolo di questa ricerca è diventata una maschera antigas, espressione, nelle parole di Torrione, del “vuoto dell’umanità creato dalla guerra”. Così il fotografo ha finito per “voler trovare la guerra in ogni soggetto”: “(…) ho usato il flash anche con tanta luce per mettere in evidenza i dettagli, un lampo sui segni dell’uomo e della storia come sono rimasti oggi”. Quel lavoro è durato complessivamente circa 4 anni, tra l’estate 2013 e il 2017: è stato consacrato alla Guerra Bianca nella Grande Guerra, vale a dire esclusivamente a quella parte del conflitto che s’è combattuta in alta montagna, lungo il confine del 1915. Inizialmente, parte delle foto sono state pubblicate sul “National Geographic”; quindi, sono state allestite in una mostra itinerante, passata per Milano, per Trento e per la Val d’Aosta; infine, nel 2018, complice un robusto crowdfunding, massima parte delle foto è stata stampata in questo (bel) volume, prefato da Paolo Cognetti, corredato da uno scritto di Diego Leoni e dalla già citata postfazione di Enrico Martinet: 248 pagine, circa 200 fotografie a colori e in bianco e nero, tiratura limitata 2000 copie. Sentimenti di ammirazione, pietà, stupore e profondo rammarico si ripetono periodicamente, dominando l’esperienza estetica. Il silenzio diventa un rifugio complicatissimo, un’ambizione smodata: troppo dolore, troppe ingiustizie, troppe ferite da sintetizzare. Troppa violenza, inequivocabilmente più volte fratricida. Troppa violenza contro la natura, contro la montagna, infine. Sono passate soltanto cinque generazioni, Torrione e Gramola hanno raccontato quanto sono vicine e quanto abbiamo ancora da imparare.



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