Grande nudo

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Sardegna. Le campagne infette partoriscono uomini e animali deformi, il vento porta le polveri dell’uranio ovunque, condannando gli esseri viventi alla malattia e la terra alla desolazione. Un muro tiene fuori dall’abitato gli indesiderati, i deboli, i rivoltosi, mentre protegge i sani: coloro che lavorano e sono utili al sistema, coloro che seguono le regole o sanno fingere di farlo. La povertà, le guerre, gli attentati, la crisi economica hanno creato mostri, uomini disposti a violare qualunque etica pur di sopravvivere. Don Casu pedala avanti e indietro dispensando benedizioni e raccogliendo fondi per la parrocchia, soldi che invece spende per soddisfare le sue pulsioni. Mario osserva con disprezzo la gente che lo circonda e che ignora il suo orribile segreto, vedono in lui un uomo integro, baciato dalla fortuna, eppure Mario è un individuo imbevuto di razzismo e sessismo, un simulatore. La giovane Candida convive con la sclerosi multipla, mentre la malattia devasta il suo corpo lei si dibatte per sentirsi viva. I giorni si trascinano in questa città di disperati, uomini e donne impegnati a resistere mentre il vento incombe. Nulla può cambiare nel mondo che arranca verso la fine. Eppure il vento non porta solo la malattia, quel vento che fa impazzire i cani e li allontana dalle case, li spinge a riunirsi in branchi che nel cuore della notte assaltano le prede. Il vento porta un nome che forse è salvezza o almeno speranza. Un nome. Maria…

Questo romanzo non è per deboli di stomaco, ci sono situazioni e descrizioni ad alto livello di sadismo che possono scuotere i sonni: abusi sessuali, torture, mutilazioni e esistenze degradate, ma nella crudezza della storia risiede parte del suo fascino. In alcuni momenti ho avuto la tentazione di chiudere il libro nel freezer per tenerlo lontano, come consigliavano i protagonisti di una nota serie televisiva. Lo stile di Gianni Tetti è incalzante, ricco di fascinazione, i luoghi che ha scelto per ambientare la narrazione, a lui così famigliari, coinvolgono ancora di più l’immaginazione del lettore per la loro concretezza attraverso i riferimenti alla Sardegna, pur inseriti in un contesto distopico e angosciante. Un mondo in cui potremmo essere costretti a vivere, ma che non vorremmo mai sfiorare. Serpeggia tra le righe la critica nei confronti dell’ipocrisia che si cela dietro i sorrisi e il perbenismo, le conseguenze legate a un eccessivo sfruttamento della terra e delle sue risorse, senza ricambiare col rispetto dell’eco sostenibilità, le ombre gettate dalla presenza delle basi militari sull’isola, i rischi connessi all’uranio impoverito e agli scarti bellici delle esercitazioni: le campagne infette, le deformità descritte, la sterilità dei suoli sono strettamente legati alla militarizzazione della terra. Un mondo violento e crudele, uomini preda di contraddizioni strazianti eppure ansiosi di riscatto. Il romanzo è il terzo capitolo di un percorso tematico e letterario attraverso cui Tetti ha curato l’evoluzione del proprio stile, dopo I cani là fuori e Mette pioggia, si può affermare che l’obiettivo dell’autore sia stato ampiamente raggiunto con onestà e schiettezza.



 

 

 

 
 
 
 

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