Grandi affari

Grandi affari

L’ambiente in cui il film Big Business, ossia Grandi affari, prende luogo è ancora una volta, come da tradizione ‒ specie nel cinema di quelli che il grande pubblico italiano conosce come Stanlio e Ollio ‒ lo spazio urbano (per quanto se ne veda poco, e quasi soltanto nelle sequenze iniziali del film), ma della metropoli di Lloyd, il cui panorama è caratterizzato da una marea di grattacieli che paiono fatti apposta per essere scalati, in realtà alla fine non resta pressoché la benché minima traccia. Al suo posto c’è invece una vasta periferia fatta di strade quasi deserte – al massimo c’è qualche raro passante ogni tanto – e villette a schiera, prati curati e poche automobili ordinatamente parcheggiate lungo i marciapiedi. L’eco dei grandi spazi ritratti da Buster Keaton, per dire, qui è assente: lo sguardo di Laurel e Hardy infatti, come scrive Král, è microcosmico, dato che a suo dire i limiti della coppia non oltrepassano quelli, per l’appunto, di un sobborgo residenziale. Lo spazio esterno per Giusti, altro critico che al duo si è dedicato più volte con approfondite esegesi, legate soprattutto proprio al concetto di spazialità, è invece già come un interno a forma di scatola, inizialmente inanimato. Ma non è solo la casa il feticcio della classe media americana a essere preso d’assalto da Laurel e Hardy: ancora diverso, e interessante, è infatti il trattamento riservato all’altro grande mito, l’automobile…

Gabriele Gimmelli, dottorando e redattore per numerose testate, autore insieme al giovane artista e filmaker di Busto Arsizio Diego Marcon ‒ nella fattispecie nel ruolo di suo tutor, di un videosaggio sulla comicità, che parte dal macabro, di Totò, presentato al festival di Locarno del 2017 nell’ambito della Critics Academy insieme ad altre sette opere che vanno a comporre il progetto Video Essay: a New Way to See ‒ è evidentemente un competente appassionato di cinema, uno studioso con proprie e ben argomentate opinioni, brillante e originale, che sa di cosa parla e sa come raccontarlo e comunicarlo ai suoi lettori, facendo della divulgazione uno strumento e un veicolo per i concetti che più gli stanno a cuore. L’esegesi che in questo agile volumetto fa sotto tutti i punti di vista possibili di quello che è universalmente e giustamente riconosciuto come l’ultimo e imperdibile capolavoro muto – il cinema sonoro è già iniziato, la pellicola che la tradizione di norma ricorda come quella in cui per la prima volta si udì la voce degli attori è Il cantante di jazz con Al Jolson, nell’ottobre del ’27 – della coppia Laurel-Hardy è accuratissima, anche grazie alla bella idea di utilizzare delle parole chiave. Siamo nella primavera del 1929, manca poco alla prima storica catastrofe per il sogno americano, il crollo di Wall Street, ma i sintomi ci sono tutti, e i comici (per definizione l’umorismo è sovvertimento carnascialesco del reale) li rappresentano compiutamente attraverso lo slow bum, la lenta – per non dire estenuante: l’invenzione della lentezza, che spesso invece si tende a rifiutare e a sostituire con l’inutile frenesia, è una chiave stilistica che Gimmelli sottolinea sin dal sottotitolo del suo saggio – progressione di gag che in climax ascendente conduce alla conclusione che demolisce per ricostruire e far riflettere, profonda anche se in apparenza semplice e per tutti immediata, come è del resto la prosa di Gimmelli.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER