Gratitudine

Gratitudine
Marzo 1944. Una timida primavera albeggia sulle terre magiare, ma l’ultimo colpo di coda dell’inverno porta con sé l’inferno dell’invasione nazista e gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Dalle terre di confine, procedendo verso l’interno, i soldati tedeschi danno inizio ai rastrellamenti delle popolazioni ungheresi di religione ebraica, svuotano le loro case e li deportano nei campi di sterminio polacchi. La mattina del 19 marzo, nel piccolo borgo di Tolgy, nella campagna al confine meridionale dell’Ungheria, la popolazione locale viene quasi annientata; in quel villaggio, un tempo ameno, una giovane ragazza, i capelli color dell’oro e gli occhi blu come un temporale estivo, si nasconde dietro il grande armadio della camera dei suoi genitori: è il giorno del suo sedicesimo compleanno e ha indosso il vestito da sposa ricevuto in dono dai genitori, come vuole la tradizione della comunità ebraica di Tolgy. Lili, questo è il nome dell’adolescente, è sola nel suo nascondiglio; la madre è andata ad accompagnare i fratelli più piccoli fuori città, il padre ed il fratello maggiore sono andati a presentare i documenti alle autorità. Le ore passano, ma nessuno fa ritorno nella grande casa di Lili: al fracasso e alle urla che provengono dalla strada, ai rumori e al terrore dei pesanti stivali dei soldati che irrompono nella casa in cerca dei suoi abitanti, segue un silenzio spettrale. La ragazza decide quindi, di uscire dal suo nascondiglio e di andare a cercare i suoi familiari, ma Tolgy è un deserto irriconoscibile: dove sono finiti tutti? Vagando nella disperata ricerca tra la città e la campagna, la ragazza sale su un treno che la conduce a Budapest: ma proprio qui, dopo essere scampata alla deportazione, Lili rischia di perdere la vita per un attacco di appendicite; il fortunato incontro con un gentiluomo del luogo sarà l’inizio di una nuova straordinaria pagina della sua vita. Szeged, 20 marzo 1944. Il giovane dentista Istvan Beck, in una giornata come tante nel suo luminoso studio, viene avvertito dal poeta e amico Miklós Radnóti dell’arrivo delle truppe del Fürer: bisogna far presto, bisogna fuggire o nascondersi. Intanto, Heinrich Beck, sindaco di Szeged e padre di Istvan, viene barbaramente ucciso nella piazza del paese; alla scena assiste impotente il figlio, sostenuto dalla giovane Marta, la sua assistente di studio, colei che gli offre un sicuro rifugio nella cantina della sua piccola casa. Marta è coraggiosa e innamorata e non teme i rischi che corre nel proteggere in casa sua un ebreo iscritto nella lista degli indesiderati dal Reich. Budapest, 20 marzo 1944. Paul Beck, principe del foro della spumeggiante capitale ungara, sta consumando il più amaro dei caffè al Gerbaud, nell’elegante piazza Vorosmarty; ha appena ricevuto la triste comunicazione del tribunale: l’Ungheria è alleata della Germania e non può più permettere agli avvocati giudei di arringare la Corte. Insieme a lui, c’è la frivola sorella Rozsi, il cui interesse per il mondo che la circonda non va aldilà delle pareti di quel rinomato locale, è troppo presa dal pensiero di apparire gradevole per preoccuparsi della vicina minaccia nazista. Eppure, è l’inizio della fine, tutto comincia a vacillare, i treni hanno già iniziato a portare via, contro la loro volontà, gli ungheresi “figli di un dio minore”; anche per le famiglie ebree dell’alta borghesia di Budapest è giunto il momento di fare i conti con la follia dell’odio razziale. Al Caffè Gerbaud, un giovane banchiere svedese chiede di parlare con l’avvocato Beck, è Raoul Wallenberg. L’incontro cambierà, in meglio, il destino di molti ebrei ungheresi. Wallenberg, infatti, è deciso a mettersi all’opera per contenere la furia delle deportazioni. Paul lo aiuterà: insieme e con la complicità dei servizi diplomatici svedesi, produrranno certificati attestanti la cittadinanza svedese di molti ebrei che ebbero la fortuna di ottenere i documenti contraffatti. Un piano geniale, ma assai rischioso, una corsa contro il tempo, una sfida impari, come Davide contro Golia: il coraggio di Raoul Wallenberg salverà più di centomila ebrei ungheresi…
Joseph Kertes, ungherese di nascita e canadese di adozione, è indubbiamente uno scrittore dotato, un talento che non è sfuggito all’occhio acuto del noto sociologo Marshall Mcluhan, il quale ad un giovane Kertes, fresco degli studi universitari, consigliò caldamente di continuare a scrivere. Gratitudine è il suo terzo romanzo: il libro, vincitore del National Jewish Book Award for Fiction, celebra il coraggio e le eroiche gesta di Raoul Wallenberg, riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, grazie alla cui opera prodigiosa molte vite poterono essere salvate. Ma Gratitudine è anche e soprattutto un coro di voci, un’immersione nell’intimo sentire umano, una riflessione sulla bellezza e la malvagità, sulla luce e le tenebre che, talvolta, nel male convivono. Con acuti lirici, Kertes sonda e traduce in note di grande effetto la psiche delle sue creature. Il lettore rimane ancorato alle pagine, palpita, piange e spera insieme ai molti personaggi che animano la storia. Accanto alla forza e alla lucida intelligenza di uomini realmente vissuti, come Raoul Wallenberg, o frutto della fantasia come Paul Beck, l’autore pone in risalto la generosa dedizione e l’amore ostinato e audace di due donne, in particolare, Marta e Lili, la cui dignità è talmente eccelsa da far apparire ridicoli i loro stessi aguzzini. “Cosa ci sta succedendo? Cosa è successo all’Europa?” chiede Rozsni al fratello Paul. Una domanda che, oggi, mutatis mutandis, risuona ancora attuale. Una domanda che contiene tutta la disperazione esplosa dopo la negazione delle evidenze, dopo avere vissuto fingendo che fosse tutto come prima, come se quella bestia feroce che divorava da dentro lo Stato di diritto fosse innocua e addomesticabile. Come Bassani ne Il giardino dei Finzi Contini e la Schrobsdorff in Tu non sei come le altre madri, anche Joseph Kertes descrive l’atteggiamento di incredulità che segnò i tragici destini delle diverse comunità ebraiche, vittime di una fatale ostinazione nel rimanere legati alla propria nazione, rinunciando a fuggire in tempo per scampare alle deportazioni. “Ciò che questa storia mi comunica e che la rende diversa da altre sullo stesso tema – ha commentato Joseph Kertes - è che tutti noi, sia che siamo vittime o persecutori, Cristiani, ebrei, santi o criminali, siamo allo stesso modo capaci di commettere errori dalle tragiche conseguenze”.

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