Grazia

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Teresa apprende da una telefonata che l’anziana madre è morta, dovrà recarsi in Abruzzo per il funerale e il disbrigo di tutte le faccende burocratiche; vive a Roma dai tempi dell’università, torna al paese natio solo pochi giorni all’anno. I rapporti con Grazia, da sempre complicati, con gli anni sono diventati addirittura stizzosi, riducendosi a rituali telefonate di cortesia, visite striminzite per le feste comandate; non c’è mai stato dialogo, solo mezze parole, silenzi, rimproveri sottesi, frecciate. La salma è stata posta in camera da letto, composta, ben pettinata, come sempre, tutt’intorno un via vai di facce riemerse dal dimenticatoio del tempo. Teresa ha quasi un mancamento nel vedere il feretro, prova un senso di angoscia mitigato da uno straniamento che la porta altrove, a dispetto del corpo, che stringe mani, riceve condoglianze, accoglie aneddoti commossi, baci di circostanza senza ombra di dolore. Scorge anche Umberto, forse un compagno per sua madre, o un amante riciclato in vecchiaia come amico presente e discreto. Non ne ha idea, così come ignora molte altre cose della quotidianità di Grazia, ma ricorda bene che madre sia stata: algida, anaffettiva, giudicante, dall’alto di quell’avvenenza esibita con la quale l’ha fatta sempre sentire inadeguata. Teresa si è strutturata per contrasto, diventando tutto ciò che lei non era, sebbene perennemente scissa tra fragilità e paventato equilibrio. Mai avrebbe immaginato che dietro l’apparente ripetitività di una vita borghese potesse annidarsi un totale dissesto finanziario: il patrimonio immobiliare risulta venduto, il villino al mare ipotecato, a stento rimane di che liquidare la badante. Teresa non sa darsene conto, Grazia ha sempre vissuto nelle vestigia di un lusso offuscato solo dalle ristrettezze della guerra; le toccherà rovistare anche nei cassetti della memoria per ritrovare indizi che possano ricondurla alla verità…

Grazia è un romanzo ben scritto; l’autrice, Giulia Alberico, vanta una lunga esperienza nell’insegnamento e diversi romanzi all’attivo. La narrazione ripercorre le dinamiche familiari di tre generazioni, attraverso il tratteggio leggero ma penetrante di altrettante figure femminili: nonna Flora, sua figlia Grazia, Teresa, a sua volta madre di Carlotta. Storie di donne vissute nel benessere e negli agi ma temprate dalle asperità della Seconda guerra mondiale, caparbie nei sacrifici, dignitose, perfino altere, nel momento delle inevitabili privazioni. Le vicissitudini umane delle giovani sorelle Grazia e Lisa si intrecciano con le vicende della Resistenza tra il ’43 e il ’45, periodo in cui vengono mandate in Puglia da alcuni parenti per ragioni di sicurezza, fino all’arrivo degli americani e alla Liberazione. Le pagine scorrono piacevoli, con la sensazione di ascoltare una storia da una voce antica, che attraverso il racconto di scene di vita familiare compone in realtà un più vasto affresco sociale. È questo il vero pregio del romanzo, unitamente ad uno stile sobrio e delicato: quello di saper evocare il sentimento di un’epoca, in cui si vive sospesi in attesa degli Alleati, stringendo i denti per resistere. Sebbene la trama non spicchi per originalità e gli indizi disseminati in corso d’opera non instillino nel lettore la curiosità sperata in relazione al passato di Grazia e al suo tracollo economico, si arriva in fondo alla lettura come se si sfogliasse un album di vecchie foto recuperato in soffitta, che serba intatto l’incanto delle storie vere. Un romanzo femminile, da leggere acciambellati vicino al camino, perfetto per il gelo natalizio, scartando parrozzini abruzzesi di conforto.



 

 

 

 
 
 
 

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