Groucho e io

Groucho e io
Ognuno ha le proprie ragioni per non raccontare fatti personali, anche Groucho Marx. Anzi, di ragioni lui ne ha pensate parecchie, e una dopo l'altra le ha elencate all'inizio della sua autobiografia. Ha parlato per qualche pagina della difficoltà di esser sinceri – in un comico come lui immaginate quant'è forte la tentazione di dire un po' di balle per far sembrar più buffo un aneddoto; poi, in una manciata di righe, ha riflettuto sul tempo che ci vuole per mettere una vita intera nero su bianco (siamo sicuri che il proprio passato battuto a macchina sia una buona compagnia?) e ha concluso, infine, descrivendo l'amara sorte dei libri biografici, che dopo un solo anno dalla pubblicazione finiscono tra gli scaffali a metà prezzo e là rimangono – al contrario dei ricettari, dei tomi teologici o del volume sulla guerra civile “Perché il generale Coso gliel'ha fatta al duca Tizio”, tutte pagine di grande successo. Dopo questa ragionevole lista per non scrivere i cavoli propri, a Groucho non resta che scriverli, dato che ormai ha accettato la proposta dell'editore. Riguardo all'età – una questione sempre spinosa – sarà sincero, promesso: dirà che è nato alla fine del secolo, ma senza rivelare quale, così i lettori saranno liberi d'indovinare. Di suo padre racconterà invece che era un sarto, ma attenzione, solo Mr. Marx sapeva che questo era il suo mestiere: dal di fuori, forse, assomigliava più a un disoccupato. E i suoi fratelli? Com'è che hanno iniziato a recitare tutti assieme? Mah, il miglior modo per sfondare nel teatro, secondo le teorie di mamma Minnie, era non di presentarli uno alla volta, ma di fare una specie di lancio all'ingrosso – compreso Chico, figlio ladro e giocatore d'azzardo...
Pubblicato per la prima volta nel 1959, Groucho e io non vuole essere il ritratto fedele di un personaggio o del suo percorso di formazione e nemmeno un libro di memorie nostalgico o di lodi gratuite. Insomma, se esiste un concetto classico di autobiografia, Groucho e io non rientra di certo in esso. D'altronde, stiamo parlando di Groucho Marx: nei suoi film e negli scritti (come, ad esempio, Le lettere di Groucho Marx) quel che con più intensità emerge di lui è l'eccezionale autoironia, la capacità di non prendersi mai sul serio, tutta racchiusa in una delle sue battute più celebri, «Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me». Groucho e io è la storia di una vita inzuppata nell'umorismo e aromatizzata da un pizzico di grottesco, così da poter ridere perfino delle sventure (tante, quelle che accadono alla poverissima famiglia Marx a fine Ottocento nell'Upper East Side di New York). Forse non è proprio una precisa e autentica riproduzione dell'esistenza dell'attore, comico e scrittore statunitense, ma è di certo uno specchio che riflette alla perfezione la creatività di Julius Henry Marx nei panni di Groucho. Tra le pagine molti aneddoti: dalla miseria dell'infanzia, agli spettacoli vaudeville con tanto di flirt con le ragazze del pubblico, fino al contratto milionario con la Paramount. A fine lettura  importa ormai poco sapere quanto è vero e quanto è deformato dall'invenzione dell'autore. Comunque siano andate le cose, è stato davvero divertente leggere di questo signore che tra la bocca e il sigaro portava un sorriso affilato, proprio sotto i suoi grossi e indimenticabili baffi. 

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER