Guérriero

“Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster. Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti”, dice Ray Liotta interpretando Henry Hill nel film Goodfellas di Martin Scorsese. Dato che Cosimo non ha potuto fare il gangster ha deciso invece di fare il rapper per raggiungere i medesimi risultati. È cresciuto con i film d’azione degli anni Ottanta e Novanta, come Commando di Schwarzenegger, e i cartoni giapponesi più violenti come Ken il guerriero, L’uomo tigre e Devilman, dove tutto è esplicito proprio come il rap che piace a lui. I suoi modelli sono sempre stati quelli dei film di gangster: chi vende droga o ruba i motorini, quindi diventare un dottore neanche a parlarne. Dopo uno sbandamento adolescenziale per Kurt Cobain, Cosimo trova nel rap la realizzazione concreta del suo immaginario. Sono i tempi della faida tra East Coast e West Coast. Sono gli anni in cui Tupac Shakur e Notorius B.I.G. perdono entrambi le loro giovani vite, crivellati da una pioggia di proiettili sparati dalle gang avversarie. È proprio in questo periodo che Cosimo diventa Gué Pequeno, senza mai dimenticare però da dove viene. Un doppio giuramento di fedeltà alla musica e alla strada che gli hanno regalato tutto quello che ha ottenuto fino a ora…

Cosimo Fini, in arte Gué Pequeno, è nato a Milano nel 1980. È oramai universalmente riconosciuto come uno dei punti di riferimento del genere rap in Italia, in seguito al progetto Club Dogo, creato assieme a Jake la Furia e al producer Don Joe. Dal 2011 pubblica dischi da solista, vincendo a ripetizione dischi d’oro e di platino. È stato anche il primo artista made in Italy ad avere firmato un contratto con la celebre etichetta d’oltreoceano Def Jam Recordings e nel 2017 è stato l’artista italiano più ascoltato su Spotify. Un artista difficilmente etichettabile però, che, come lui stesso dichiara in questa sua autobiografia, ha sempre tenuto il piede in due scarpe. Ha camminato indifferentemente con delinquenti e con borghesi e la gente si chiede se sia un tamarro o un soggetto acculturato in grado di parlare bene, un businessman o solo uno dei tanti coperti di tatuaggi. A lui semplicemente piace disorientare la gente: gli fa piacere dispiacere. Questa biografia, scritta con un linguaggio diretto ma al tempo stesso molto curato e senza sbavature, vi farà comprendere meglio questo personaggio così sfaccettato. Per chi ha vissuto quegli anni nei club underground milanesi come i mitici H20 o la Pergola, la sequenza di istantanee presentate nella narrazione regaleranno più di un bel ricordo; per tutti gli altri invece il libro rappresenta un ottimo strumento per capire perché oggi le nuove generazioni ammirino così tanto artisti di questo tipo.



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