Guarda l’uccellino

Guarda l’uccellino
Che cosa potrebbe dirci un apparecchio costruito artigianalmente da un bricoleur di nome Henry e formato da un’anonima scatoletta di latta collegata a un auricolare? Un gingillo che sua moglie Ellen ha battezzato Confido, mischiando “confidenza” con “fido”, classico nomignolo per animale domestico. Infatti, questo piccolo apparecchio sa parlarti per mezzo dell’auricolare, dicendoti verità nascoste su di te, su tuo marito o tua moglie, sui tuoi figli, oppure sui tuoi vicini. Verità magari scomode, ma necessarie, almeno secondo Confido. Bene, per Henry questa sua invenzione rappresenta la svolta, i miliardi di dollari consegnati uno sopra l’altro, ma provarlo è un’esperienza che forse non è il caso di fare; Il termine fubar (a tal punto incasinato da essere irriconoscibile) fu coniato durante la Seconda guerra mondiale, ma venne presto dimenticato dagli stessi americani che l’avevano inventato. Fuzz Littler, del dipartimento Pubbliche relazioni della GF&F di Ilium, sa di essere fubar, rassegnato ad esserlo e senza speranza di poter cambiare la propria condizione. Relegato in una stanza della lontanissima palestra aziendale, svolge le sue mansioni di supervisore in modo talmente apatico che quando Francine, una splendida e giovane assistente, si presenta nel suo ufficio, l’uomo non sa fare altro che tentare di dissuaderla a cercarsi un posto migliore. Francine è davvero troppo bella, troppo elegante, troppo dolce per lavorare con un supervisore fubar incallito come lui; Un venditore di zanzariere, attraversando il Vermont, s’imbatte per caso nella dimora di una coppia bizzarra. L’uomo è forse l’unico nello Stato a non aver letto il primo e unico, famosissimo libro della scrittrice che lì abita insieme al marito. Il volume, Hypocrites’ Junction, ha ridotto però la coppia in crisi, togliendo gli equilibri, trasformando il marito in uno sciatto e smunto ex insegnante di liceo, licenziato proprio a causa del libro, nel quale si riconoscono fin troppe persone…
Kurt Vonnegut jr. aveva la capacità di radunare identikit particolarissimi, stranissimi nelle loro vite in apparenza del tutto prive di senso. In questi racconti scritti nella fase iniziale della sua carriera, un po’ come Carver, riuscì a condensare in poche pagine mondi interi, vite passate, presenti e future con la sola forza di poche descrizioni e giuste parole al posto giusto. Altrettanto stranamente ci sono scene ricorrenti, come sale da ballo fatiscenti in vecchie ville ristrutturate, come ricorrenti sono i profili dei perdenti che qui rincorrono qualche cosa, afferrandolo e poi facendoselo nuovamente scappare. Questa raccolta di racconti non ha nulla da invidiare ai romanzi completi. Anzi, sottolinea la bravura di uno scrittore che ci manca per il suo piglio cinico e strabico, come solo pochi possiedono e soprattutto sfruttano. Ogni racconto è un compendio di vittorie e sconfitte, come quando si succhia il cucchiaino pieno di gelato, arrivando poi al gusto metallico e deludente della postata. È l’America che parla al mondo col suo linguaggio contorto, diretto, spudorato e meravigliosamente grottesco. 

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