Guardami

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Charlotte fa la modella. Siamo alla fine degli anni ’90, a Manhattan. Chi li ha vissuti non farà fatica a immaginarla annoiata e ubriaca, in un locale o alla guida della sua macchina. È una modella, ma non ha sfondato. O meglio, ha sfondato sì, ma il parabrezza della sua macchina in uno spaventoso incidente che le ha distrutto il viso. Succede a Rockford, Illinois. È lì che Charlotte è nata, ed è lì che Charlotte trascorrerà la convalescenza. Camminando per le stesse strade in cui ha camminato durante l‘adolescenza, ne ripercorre i momenti fondamentali dopo 35 anni: le prime esperienze con i ragazzi, l’amicizia profonda con Ellen Metcalf, il fratello di Ellen, l’affascinante Moose, che ora, dicono voci in città, sta passando certi guai per via di alcuni strani comportamenti tenuti nel college in cui insegna Storia. Accanto alla Charlotte modella, fa il suo ingresso anche una seconda Charlotte, figlia di quella stessa Ellen Metcalf che le fu tanto amica al punto di chiamare la sua prima figlia con il suo nome. Charlotte, quella piccola, ha 16 anni, è intelligente, miope, va in bicicletta, le piace parlare con gli sconosciuti. A uno di questi, un uomo misterioso incontrato in riva al fiume,  ordinerà - o implorerà, dipende un po’ dai punti di vista - di essere sedotta...

Le storie delle due Charlotte - una narrata in prima persona, l’altra in terza - si alternano per le oltre 550 pagine di questo secondo romanzo di Jennifer Egan, che in realtà è il primo, essendo stato scritto e continuamente revisionato nei sei anni precedenti al 2001. Esattamente pochi mesi prima dell’11 settembre. Lo si dice qui perché per chi legge deve essere chiaro che l’autrice ha scritto alcune pagine (come dirà lei stessa nella Postfazione) “in un’epoca più innocente”. Leggendo la Egan è inevitabile farsi venire in mente Jonathan Franzen. Perché sotto la lente di ingrandimento prima o poi ci capita sempre una famiglia americana, perché l’impianto narrativo fatto di storie che nascono per partenogenesi è davvero molto simile. Perché si parla di ossessioni della modernità, e perché aleggia, anzi incombe, su tutti i personaggi una cappa di angoscia, ineluttabilità e dolore. La cosa davvero notevole della Egan, oltre al resto fin qui detto (perché son cose positive quelle dette sopra, eh), è la capacità di far parlare in prima persona  un personaggio che non ha nessuna intenzione di farci stare simpatico. La Charlotte modella è obiettivamente insopportabile. Neanche la descrizione di quelle ossa rotte e ricomposte grazie alle viti di titanio è fatta per ottenere compassione. È e rimarrà per tutto il libro un personaggio di teflon, a cui è impossibile affezionarsi perché totalmente antiaderente. Tutto questo distacco per la prima Charlotte viene annullato quando entra in scena la Charlotte minore, con tutto quel carico di dolorosa consapevolezza che si porta dietro. Un bel romanzo sulla visibilità, sull’identità, sul progresso e sul cambiamento di una società (la nostra) il cui sistema economico non produce più oggetti visibili ma dati che viaggiano nell’etere, un po’ ingenuo, ma glielo si perdona, nel tener separate la vita “vera” da quella “virtuale” (c’è ancora qualcuno convinto che su Facebook riusciamo a dare vita a qualcosa di diverso da ciò che siamo?), sulla mente che deraglia, perché, come dice Moose, il terzo protagonista di questo romanzo, atterrito dalla visione della terribile accelerazione della storia umana e dal senso della fine, “noi siamo ciò che vediamo”: e le informazioni non si vedono.



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