Guasti

Guasti

Il primo giorno della esposizione a Roma, a Giada non sembra sia cambiato molto “dai tempi delle grandi mostre fotografiche in giro per l’Europa, cinque o sei tappe a scadenza quindicinale e voli prenotati in business class”. Allora c’erano tante mani da stringere, cataloghi e dépliant da sfogliare, l’illuminazione mirata a mettere nella giusta luce le fotografie esposte. Ma la luce vera la emanava lui, la star, il fotografo di fama mondiale. Il suo uomo. “Lei emanava luce riflessa alla sua sinistra, in mano un cocktail, tra le labbra una sigaretta slim”, lei, luna del sole che l’aveva scelta accanto a sé. La cosa più diversa da allora è il silenzio, che in realtà non c’è nemmeno adesso, rotto dai risolini e dai commenti irriverenti, “Ehi, guarda lo scorticato!”. Nella saletta, circa venticinque metri quadri, lui è nella sua tipica posa, “la Nikon tra le mani e davanti all’occhio destro”, incurante “dei visitatori che osservavano – oltre ai muscoli, i piedi, le labbra, la colonna vertebrale – anche i genitali di lui, i testicoli divisi ed evasi dallo scroto”. E proprio quel primo giorno Giada nota con orrore che il Dottor Tulp, il “nostro artista di cadaveri”, non si è curato di nascondere quella sporgenza sopra la nuca con la forma ridicola di un missile. Lui nascondeva quella “protuberanza oscena” con le sue bandane che molti credevano un vezzo. E invece ora lo hanno lasciato “nudo, senza ritegno, per ridere di lui, nonostante lui abbia donato all’arte la vita e la morte”. Ah, quella sua idea di donare il corpo all’arte; a lei lo aveva detto quando ormai era già un promesso plastinato – e solo adesso Giada gli grida quello che ha provato “hai aspettato la morte per tradirmi!”. Allora ne avevano riso insieme, poi lui era morto ed era successo davvero, e ora il Dottor Tulp – certo a causa della sua “invidia per un uomo così grande” – ne ha fatto uno zimbello mettendone in mostra la deformità, il “guasto”. Giorno dopo giorno, Giada assiste agli sguardi dei visitatori, a qualche sghignazzo volgare. Ogni tanto si rifugia in bagno, parla con l’immagine riflessa nello specchio, si ritocca il trucco, pesca un ansiolitico dalla borsa. Qualche volta qualcuno le chiede se lui sia suo marito. E ogni volta lei risponde “Oh, no: no. Il mio fidanzato. O anche il mio compagno, se vuole, per i tanti anni trascorsi insieme, ma entrambi eravamo contro il –“. Poi a volte qualcuno arriva a trovarla, a farle domande come quel giornalista impertinente e ingannatore, o a scambiare due chiacchiere e dividere un cornetto come il vigilante del piano di sotto, quello che controlla la ballerina plastinata. Così, per i trenta giorni della mostra Giada compra il biglietto di ingresso per stare con lui, il suo uomo, e parlargli ancora, un giorno dopo l’altro fino all’ultimo, quando lei…

Classe 1985, già autrice di una raccolta di racconti, esperienza con la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi, Giorgia Tribuiani esordisce con questo breve romanzo che colpisce innanzitutto per la prosa veloce, talvolta sincopata, libera dai legacci della punteggiatura, capace di scivolare liscia e scorrevole passando dalla prima alla terza persona persino all’interno della stessa frase, inseguendo i pensieri nelle loro caracollanti acrobazie. Strutturalmente i capitoli sono scanditi dalle trenta giornate della mostra nella quale è esposto il corpo plastinato di un famoso fotografo, compagno della protagonista, seguendo però una numerazione a ritroso fino all’ultimo – il giorno 1 – che segna il momento in cui Giada dovrà distaccarsi per sempre dal suo uomo, acquistato da un collezionista. La plastinazione è un processo che consente la conservazione dei tessuti e degli organi del corpo umano dopo la morte mediante la sostituzione dei liquidi corporei con polimeri di silicone, tecnica inventata e brevettata dall’anatomopatologo Gunther von Hagens nel 1977; lo scopo delle mostre internazionali che espongono i corpi plastinati è di natura didattica perché il trattamento esalta il sistema muscolare “in attività” ma anche di natura artistica in relazione alla postura fatta assumere e ai posizionamenti dei particolari anatomici. Naturalmente – l’autrice ci tiene a sottolinearlo nella nota introduttiva – nel libro non vi è alcun intento di giudizio del lavoro del medico tedesco. È stato detto, invece, che il romanzo è una lunga veglia funebre; Giada infatti non ha avuto modo di piangere il suo uomo, né c’è un luogo nel quale poterlo fare: la plastinazione non ha permesso che lei elaborasse il suo lutto. Questo stato del corpo, morto certamente ma non cadavere perché non si decompone, fermato in una delle pose tipiche che assumeva in vita che pare congelare intatta la sua essenza, non le consente di percepire la sua scomparsa come reale, tanto che Giada continua a parlargli ogni giorno come possa ascoltarla, immaginando addirittura le risposte. “Capì che l’unica opera viva era adesso il suo uomo […] perché lei era lì dal primo giorno a […]renderlo reale pronunciandone il nome”. Ma la morte, la difficoltà di accettarla, il suo aver spezzato un legame è solo il primo dei “guasti” del titolo suggestivo. Guasto è anche la decisione del fotografo star che non ha contemplato un parere della sua donna, guasto era la vita di Giada, gusto era il suo modo di amare, guasto è la plastinazione stessa che è morte non essendolo del tutto. Giada è sì intrappolata in un limbo mentre parla al suo uomo “non vivo” ‒“ Sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto” - ma è uno stato non troppo dissimile da quello in cui ha vissuto accanto a lui, o meglio nella sua ombra, esistendo soltanto per luce riflessa: “Ho riflesso la tua luce ma ho perduto la mia”. Il giornalista, i critici, i visitatori, il personale della mostra, i ricordi d’infanzia, quelli della sua vita accanto all’artista sono l’occasione che conduce Giada a ripensare se stessa e la sua storia d’amore. “Per la prima volta pensò che non era la plastinazione di lui, ma quella di una vita intera ad averla ridotta così”; un processo intenso lungo trenta giorni nel quale una donna forte soltanto in apparenza, minata da una fragilità che minaccia di farla crollare da un momento all’altro, approda ad una diversa consapevolezza; un processo positivo dunque, nonostante le ossessioni, le compulsioni, gli squilibri. Le serve il microcosmo di quella sala - prigione, piena di voci ed emozioni, per rivelarsi a se stessa, e soprattutto le serve una presenza amica (soltanto amica?), discreta ma decisa, il vigilante. E le serve anche un elemento disturbante, detonante, che la sblocchi, ovvero la notizia dell’acquisto dell’opera d’arte, cioè del corpo del suo uomo che andrà lontano da lei. Questo è un piccolo romanzo denso e intenso, intriso di emozioni acute e di dolore, capace di suggerire diversi spunti di riflessione che necessiterebbero di altri spazi per approfondirli. Dire che è una storia introspettiva come ha detto l’autrice, difficile da collocare in un genere, dire che parla della perdita e diventa occasione per portare a galla modi sbagliati di amare e di (non) amarsi che fanno male a se stessi e si realizzano spesso in consapevoli autodistruzioni, significa forse parlare dell’aspetto che colpisce di più. Ma Guasti è anche una riflessione sull’arte come “limite tra essenza ed esistenza”, o anche intesa come “prendere il proprio dolore e la propria disperazione, e provare a convertirli in bellezza”. Inoltre apre interessanti visuali quando dell’attività del fotografo artista dice: “questa scelta di farsi plastinare è il coronamento di una vita passata a plastinare gli altri”. E tralasciamo le considerazioni sulla tecnica della plastinazione e soprattutto sulle ragioni che possano portare alla scelta di “donarsi all’arte” in questo modo dopo la morte: forse il desiderio di sconfiggere in qualche modo la morte, il processo di distruzione di sé? Facciamo così. Ognuno scelga di questa storia il “Guasto” che gli appare più personale, perché è certo che ognuno ne troverà uno. E proviamo a pensare che da ognuno dei “Guasti” possibili “gli esseri umani, in modo o nell’altro, ricominciano sempre”, come si legge nelle pagine finali, che sono un crescendo rossiniano di emozioni e frasi da evidenziare e magari rileggersi.

LEGGI L’INTERVISTA A GIORGIA TRIBUIANI



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