Guerra alla Terra

Guerra alla Terra
Il petrolio nel delta del Niger, le mine antiuomo in Afghanistan, la guerra per l’acqua in Palestina, il litio in Bolivia. Quattro casi esemplari di come la lotta per il possesso delle risorse naturali sia fonte di conflitto nei lati più disparati del globo. Iniziamo dalla Palestina. Sin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’acqua è stata uno dei motivi alla radice del conflitto arabo - israeliano. Assicurarsi il controllo delle risorse idriche strategiche è sempre stato, infatti, uno dei temi portanti delle politiche militari del governo di Tel Aviv nella regione. E il possesso di questa risorsa è, di fatto, uno strumento di controllo nei confronti della popolazione palestinese nei Territori Occupati. La tragica conseguenza di tutto questo è che il “maestoso fiume Giordano” – definito così nei racconti biblici – è divenuto ormai quasi un rigagnolo e che, soprattutto, una fetta importante dei palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania si vedono quotidianamente privati del diritto ad accedere ad un bene primario come l’acqua. Il caso della Bolivia è invece paradigmatico di quanto sta accadendo in America Latina in anni recenti. La popolazione, infatti, è stata vessata per decenni dalle folli politiche imposte da istituzioni finanziarie internazionali come il FMI (Fondo Monetario Internazionale), che portavano i governi a tagliare i servizi primari e a privatizzare beni e servizi a vantaggio delle multinazionali. Ma le azioni collettive di lotta per la riappropriazione dei beni comuni hanno segnato una svolta. Nelle ultime elezioni politiche sono emerse figure di spicco come l’attuale presidente boliviano, Evo Morales, che ha sostenuto la ri-pubblicizzazione dell’acqua e che promuove oggi la nazionalizzazione delle risorse minerarie strategiche per lo sviluppo del paese. Il litio è una di esse, e la Bolivia ne possiede ricchi giacimenti. Rimane tuttavia ancora aperta la partita con le multinazionali e gli stati confinanti: essendo il litio una componente fondamentale per le batterie dei telefoni cellulari e dei computer portatili, il suo sfruttamento fa gola a tanti. Una situazione simile, ma in un contesto politico completamente diverso, è quella del Delta del Niger. In questo territorio, dove si pratica lo sfruttamento intensivo del petrolio, si assiste ormai da diversi anni ad una devastazione ambientale di proporzioni immense che si accompagna ad una diffusione endemica del contrabbando e della corruzione. Per rivendicare il diritto delle popolazioni locali a sfruttare autonomamente le risorse del territorio  si è costituito un movimento di liberazione, il Mend, che pratica la lotta armata ed utilizza anche il rapimento dei tecnici stranieri che lavorano nei giacimenti, come strumento estremo di pressione sul governo nigeriano e per attirare l’attenzione dei media internazionali sul problema. L’Afghanistan, infine, è forse lo scenario di guerra più noto al pubblico nostrano. Ma forse pochi sono veramente al corrente dell’impatto provocato dall’iniziativa militare lanciata nel 2001 dalle forze occidentali per sconfiggere l’autoritario governo talebano. Un Paese dove ancora centinaia e centinaia di ragazzini saltano in aria sulle mine seminate dall’ultimo conflitto e dai precedenti. Dove Kabul si presenta con un volto che sembra lontano anni luce da quello descritto a suo tempo dai media: le donne non hanno gettato via alcun burqa e la sicurezza è quantomai una lontana chimera...
Guerra alla Terra è un libro scritto a più mani dai giornalisti di PeaceReporter, agenzia di stampa indipendente che affronta da sette anni temi internazionali scottanti e riporta notizie dai diversi fronti aperti in tutto il pianeta. Notizie che troppo spesso sono relegate a trafiletti sui principali quotidiani occidentali ma che dovrebbero invece essere fonte costante di riflessione su quanto l’attuale sistema politico internazionale non sia assolutamente in grado di far fronte ai conflitti. Un libro di analisi e di racconti umani, costruito sulle testimonianze dirette di chi le guerre le subisce e raccontato da persone che quei posti li hanno conosciuti dal vivo. Per far emergere una semplice quanto scomoda verità: la cultura della guerra è oggi il modello dominante e a farne le spese è la popolazione civile, meglio ancora se in qualche Paese del Sud del mondo.

 

 

 
 
 
 
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