Guida ai Super Robot

Prima del 1972 non esiste un genere “super robot” nell’animazione giapponese. Si tratta di una “figura specifica, a sé stante. (..) L’anime del 1972 che fonda il genere super robot è il Mazinger Z di Gō Nagai, che “introduce una nuova consapevolezza dell’era della tecnica, una razionalizzazione, una riduzione del gigante di ferro a macchina scientifica inerte e controllabile, progettata e costruita”. Ma proprio “mentre si riconduce il robot al suo statuto di oggetto inanimato, emerge un’angoscia nuova”, Nagai fa sorgere “qualcosa di potente, di primordiale, quasi terrorizzante, che si sintonizza immediatamente con l’inconscio e l’immaginario di chi assiste alle sue apocalissi”. Esiste un caos minaccioso, un altrove nemico che ci odia e “l’unico modo di difendersi dal passato mortifero che abita l’abisso al di là del varco sarà affidarsi a un guardiano figlio della tecnica, un mediatore di mondi e quindi una creatura divina”. Nelle avventure del sedicenne Köji che guida il super robot fatto di japanium contro i mostri costruiti con la antica tecnologia micenea dal dottor Hell è poi “all’opera una certa retorica nippocentrica: da una parte la rivalsa tecnologica, la fiducia nei giovani”, dall’altra nemici dai connotati nazisti, arcaiche civiltà europee. Se tutto inizia il 3 dicembre 1972 con la prima puntata di Mazinger Z, simmetricamente, il genere super robot trova il suo compimento narrativo nel 1980 con God Sigma e Baldios. Dopo Mobile Suit Gundam tutto cambia, fanno la loro irruzione sulla scena i cosiddetti real robot, macchine da guerra science-fiction. “(…) Oggi distinguiamo tra super robot e real robot: quel “super” indica un’impronta mitologica e soluzioni narrative che tendono al fantastico, assenti dalla narrativa di guerra pura dei real robot”. Dopo il 1980 quindi i super robot sono accompagnati “da spirito rievocativo, o da distanza ironica, o da necessità di giustificare nella storia, in termini magici o teologici, ciò che negli anni Settanta era raccontato con l’immediatezza de sogno”. Tra 1972 e 1980 gli anime di super robot sono tantissimi e quasi tutti celebri: dopo Mazinger Z (a sua volta successivo ai “pionieri” Tetsujin 28 e Astroganger) lungo le pagine del saggio – illustrato in bianco e nero ma con un inserto patinato a colori, dotato in appendice di un prezioso glossario – troviamo Getter Robot, Great Mazinger, Jeeg, Raideen, Gattaiger, Grendizer (quello che all’epoca chiamavamo Goldrake), Gaiking, Godam, Groizer X, Diapolon, Combattler V, Blocker Gundan, Gackeen, Mechander, Daikengo, Ginguiser, Balatack, Danguard, Voltes V, Daimos, Zambot 3, Daitarn 3, Daltanious, Baldios, God Sigma, Trider G7, Gordian, Ideon e infine Gundam

Quello delle “guide” a un determinato genere cinematografico, televisivo, musicale o letterario – con la tipica scansione a schede tecniche disposte in ordine alfabetico, cronologico o tematico, ognuna accompagnata da un breve approfondimento – è forse il format editoriale più prevedibile e privo di sorprese per i lettori che esista. Si sfoglia il volume alla ricerca dei propri film/serie tv/musicisti/fumetti/libri preferiti in cerca di conferme e/o studiando le altre voci per scoprire qualcosa di simile che può fino a quel momento esserci sfuggito, si va alla ricerca dell’errore per provare il magnifico brivido di sentirci “più esperti dell’esperto” o magari si consulta la guida per farci una cultura di base su qualcosa che conosciamo molto poco ma che ci affascina. Tutto molto lineare, tutto molto rassicurante. Il libro curato dal pesarese Jacopo Nacci invece scardina dal di dentro il format di cui sopra, rendendo Guida ai super robot qualcosa di molto differente, di molto sorprendente, di infinitamente migliore. Le schede sono qui solo un punto di partenza, un pretesto o forse un dazio da pagare: siamo di fronte a un saggio che analizza con acume gli anime dal punto di vista tecnico, stilistico e tematico, che indaga i risvolti sociali delle trame, che accompagna il lettore lungo un percorso filosofico, poetico e grafico con una certosina competenza che non rinuncia però al gusto per l’astrazione, all’azzardo speculativo, all’iperbole estetica. Tutt’altro che una innocua operazione nostalgia per lettori over 40: l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980 qui non è “semplicemente” ricordata con affetto, diventa una corrente artistica del Novecento, un movimento letterario e pittorico al quale – scopriamo con costernazione in un’epifania che dà quasi le vertigini – abbiamo aderito da bambini con un entusiasmo che allora veniva deriso e sminuito e oggi finalmente possiamo rivendicare con orgoglio grazie a Nacci, al suo lavoro, alla sua preparazione e al suo acume.



 

 

 

 
 
 
 

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