Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)

Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)

Se da una parte esiste sfortunatamente lo scolastichese, dall’altro lato con il diminuire delle abitudini di lettura una delle fonti di prestigio linguistico è la televisione, che, come è evidente a tutti, ha di fatto rinunciato molto tempo fa al suo ruolo pedagogico. Tra l’italiano “delle tre corone” e quello sgangherato, spesso volgare, infarcito di anglismi inutili dei mezzi di comunicazione di massa, è comprensibile che le persone provino un senso di smarrimento, ma all’università si può lavorare su questa percezione. La norma esiste, la impariamo a scuola, ma le zone grigie sono tante e il vero errore è quello che fa passare per ignoranti, quello che porta con sé uno stigma sociale. D’altro canto le regole linguistiche si evolvono, quindi, prima di scattare come delle iene davanti a uno strafalcione conviene chiedersi se sia il caso o meno di avere una reazione scomposta. Per esempio l’ortografia non è infatti di per sé un livello di analisi della lingua particolarmente importante, ma spesso provoca reazioni fortemente avverse. La grafia di una lingua non è uno dei suoi livelli, come viceversa sono per esempio la fonologia, la morfologia, la sintassi, il lessico e la semantica, ma una specie di epifenomeno (ossia una sorta di sintomo occasionale, di fatto accessorio, la cui presenza o assenza non incide sull'esplicazione di un dato fenomeno) culturale di questi stessi livelli. Quando una lingua viene scritta non occasionalmente, in passato come oggi, ha origine una complessa e spesso lunga e difficile operazione che consiste nel dare una norma alla scrittura. Quella che viene chiamata “ortografia” di una lingua è la sua norma relativamente stabile, emersa storicamente nel tempo, e destinata a cambiare in genere solo molto lentamente. Stando anche a vari studi, per esempio quelli di Lorenzo Renzi, non si può dunque non rilevare che l’ortografia dell’italiano sia ben fatta e funzionale. Di certo poi l’ortografia non deve rappresentare il punto centrale dell’educazione a scuola, ma non si può nemmeno considerarla un impiccio, e sono ben altre le situazioni in cui ha senso rivendicare le proprie libertà. Scrivere in maniera sgangherata, come viene, non è insomma indice di libertà espressiva, quanto piuttosto una possibile esposizione a una condanna “sociale”. Luca Serianni scrive: “Quale sarebbe l’effetto che inciascuno di noi cittadini suciterebbe un medico, poniamo, che scriva “patologgia” con due “g”? Ci verrebbe spontaneo di chiederci: Ma non sa neanche scrivere la parola, che cosa saprà davvero di patologia?”…

Fermo restando che essere dei grammarnazi (“persona che manifesta eccessiva rigidità nei confronti della norma linguistica, criticando spesso e pubblicamente i propri interlocutori per i loro errori e incertezze”, vocabolo composto dall’inglese “grammar”, ossia “grammatica”, e “nazi”, ovvero “nazista”) rende sicuramente detestabili ma può anche dare delle enormi soddisfazioni, riuscire a evitare l’accusa di pedanteria (che è deprecabile degenerazione dell’acribia, la quale, specie in un mondo come il nostro in cui l’approssimazione è sventuratamente sovrana, è viceversa cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza) non può che far gioire. Perché se in tutta franchezza è impagabile il godimento che si prova nel far notare, fosse anche con un pizzico di liberatoria malacreanza, a un supponente pallone gonfiato – di solito sono le persone di tal schiatta a commettere errori marchiani, gli altri sono umili, non azzardano quando non sono sicuri, se hanno un dubbio si informano – che, tanto per dire, la parola “qual” è tronca e non elisa, e che quindi tra il suddetto lemma e la forma verbale “è” non ha ragion d’esistere alcun apostrofo, sia che sia rosa, in omaggio a Cyrano, sia che abbia un’altra tinta, a essere puntigliosi si corre il rischio di avere la stessa vita sociale di un coccodrillo in Antartide. E allora chi meglio di una sociolinguista, che per giunta da anni, tra le mille cose, collabora nientedimeno che con l’Accademia della Crusca, può dunque spiegare a tutti noi come usare bene l’italiano, organismo vivo e in continua evoluzione come ogni idioma che si rispetti, per comunicare? Perché le parole sono importanti, si sa: Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) mantiene con coerenza – dote sempre più rara in Italia; la bravissima e giovanissima autrice, docente universitaria di chiara fama, è per metà ungherese: sarà per quello? – quel che promette dal titolo. È un manuale semplice, chiaro, ben scritto, leggibilissimo, brillante, esauriente, mai ridondante, autoreferenziale o saccente, bensì divulgativo, pieno di spunti, regole, aiuti, riflessioni, suggerimenti, consigli, che insegna divertendo e diverte insegnando, preciso e puntuale, in cui ogni curiosità in merito agli strumenti della lingua e della linguistica, al lessico, alle norme, all’ortografia, alla punteggiatura, alle tecniche per leggere e prendere appunti, alla stesura di un testo e a molto altro ancora viene splendidamente soddisfatta.



 

 

 

 
 
 
 

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