Hai visto la luna?

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Daniel Rye è un ragazzo danese con un passato da ginnasta di alto livello ed una improvvisa e smodata passione per la fotografia, nata dopo un lungo viaggio in India a contatto con paesaggi straordinari ma soprattutto con l’estrema povertà dei suoi abitanti. Lo shock nel trovarsi sbattute in faccia realtà molto diverse da quelle occidentali ‒ gli occhi dei bambini rassegnati, i rifiuti che galleggiano nei rigagnoli di scolo a cielo aperto e la vita semplice e forse felice del cammelliere che lo accompagna per le distese sabbiose dell’India nordoccidentale ‒ lo invogliano a studiare per poter un giorno testimoniare tutto questo con le proprie foto. E dopo un corso gestito dal celebre fotoreporter e fotografo di guerra Jan Grarup, Daniel ha l’occasione di seguire il suo insegnante in Somalia e poi nell’aprile del 2013 di recarsi a Gaziantep, nella Turchia meridionale, nel tentativo di capire se sia possibile entrare in Siria. È qui che Daniel viene messo in contatto con Mahmoud, un fixer, una di quelle persone che si prestano a fare da guida a giornalisti e fotografi nelle zone di guerra in Siria. Daniel torna il 14 maggio dello stesso anno, con l’intenzione di trattenersi solo una settimana. Non può immaginare che due giorni dopo, in viaggio per la città di Azaz, sarà rapito...

Nel marzo 2013 Jabhat al-Nusra e un altro movimento islamista denominato Ahrar al-Sham, annunciano un’offensiva ‒ che chiamano “l’assalto degli onnipotenti” ‒ contro la città di Raqqa, nel nord-est della Siria. Solo un mese dopo, e precisamente l’8 aprile 2013, una registrazione audio di una ventina di minuti viene caricata sui forum jihadisti: “È giunto il momento” dichiara la voce ferma di Abu Bakr al-Baghdadi (da anni capo di al-Qaeda nello stato islamico dell’Iraq) “di spiegare ai popoli dell’Oriente e del mondo che il fronte Nusra è un prolungamento dello Stato islamico dell’Iraq e parte di noi”. Baghdadi continua comunicando che la sua organizzazione avrebbe cambiato nome, da Stato islamico dell’Iraq a Stato islamico dell’Iraq e del Levante (e dal momento che in arabo Levante si dice al-Sham, da quel giorno saranno usate entrambe le sigle: ISIL e ISIS). A partire da quell’8 aprile, jihadisti arabi ed occidentali devono scegliere tra una di queste varianti dell’islamismo: tra Baghdadi e tra gli appartenenti a Jabhat al-Nusra, che non riconoscono la fusione dei due movimenti. Ed è proprio nel bel mezzo di questo caos di giochi politici tra islamisti che Daniel arriva in Siria. Alla città di frontiera di Kilis non ritrova il suo vecchio fixer, Mahmoud, ma due ragazzi, Ahmed e Aya, che ci pare di capire non molto sicuri del ruolo importantissimo di intermediari che devono svolgere; e Daniel non fa in tempo a mettere piede in terra siriana che già il suo destino è segnato. Ben 398 giorni nelle prigioni jihadiste, fra le quali il terribile carcere di Raqqa, a fianco di altri occidentali come Peter Kassing, l’ultimo ad essere ucciso nel novembre del 2014; come la cooperatrice Kayla Mueller, probabilmente già giustiziata prima che le bombe giordane distruggessero l’edificio dove si trovava reclusa, e come James Foley, l’ostaggio americano il cui video di decapitazione ancora tormenta i pensieri di chi ha avuto la sventura di imbattersi in esso. Storie tremende di vite interrotte, di torture inenarrabili ad opera di un manipolo di jihadisti (alcuni addirittura di provenienza occidentale, che si fanno orgogliosamente chiamare Beatles), narrate alla giornalista Puk Damsgård ‒ corrispondente dal Medio Oriente per la radiotelevisione di Stato danese ‒ e raccolte in questo volume dallo stile secco ed incalzante tipico del reportage giornalistico e con un susseguirsi di immagini e sensazioni così forti da far a volte pensare che sia solo finzione narrativa. Ma qui, ahimé, di finzione c'è ben poco. Ci sono famiglie ancora dilaniate dal dolore di non poter piangere i corpi dei propri cari, ci sono video (curati morbosamente nei minimi particolari, con tanto di musica ad effetto e setting sulle rive del mare) di decapitazioni atroci, operate con coltellacci da caccia. E poi ci sono le parole finali di Daniel, pacate, inaspettate, quasi di perdono: “Daniel guardò l’Atlantico. Si rese conto di non nutrire rancore per chi aveva torturato lui e ucciso i suoi compagni. L’odio che ispirava le loro azioni aveva una sua origine da qualche parte, veniva dal modo in cui avevano vissuto in Medio Oriente, dove erano cresciuti, in Stati senza diritto e dittature che trattavano i cittadini molto peggio di come era stato trattato lui. Oppure proveniva dall’Europa, della quale i Beatles non accettavano quella che consideravano l’ipocrisia delle democrazie occidentali e si servivano di violenza, terrore e oppressione per fare passare i loro messaggi. Era stato una pedina tra tante di un grande gioco politico, in cui lo Stato islamico era riuscito a prendersi un ruolo perché Iraq e Siria si erano sfasciati e perché gli occidentali avevano interferito utilizzando metodi che definivano come alternative democratiche, ma che non lo erano”.



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