Harold

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Harold è un inglese sulla soglia della cinquantina che dopo diciassette anni di onorato servizio è stato licenziato dal supermercato nel quale lavorava. Ma aver perso l'impiego non è il più grave dei suoi problemi: Harold è un tipo a dir poco bizzarro che una volta al mese mette in scena il suicidio perfetto, ovvero prova ad impiccarsi - sempre per finta però - tanto che per gli inquilini del suo palazzo questo è diventato uno spettacolo abituale. A spezzare la sua routine arriva come un ciclone Melvin: un bambino di undici anni che si è appena trasferito nella casa accanto con sua madre. La donna, costretta a un viaggio di lavoro in Francia, non sapendo a chi lasciare il figlio decide di mollarlo ad Harold, che in quanto disoccupato ha un sacco di tempo libero. Ma Melvin non è certo un ragazzino come gli altri: si definisce un genio, parla un sacco di lingue straniere, tratta gli altri come una malattia da cui vaccinarsi e come se non bastasse è fruttariano, ovvero  si nutre solo di frutta. La convivenza tra l'enfant prodige e il depresso Harold  sarà ovviamente un disastro, finché Melvin non gli rivela che ha un piano: ritrovare il padre che non ha mai conosciuto. Ha scoperto in una vecchia lettera che si chiama Jeremiah Newsom e ha rintracciato tra Gran Bretagna e Irlanda cinque persone con lo stesso nome. Così i due partono all'avventura, per scoprire chi è il vero padre di Melvin e come mai lo ha abbandonato...
Dall'incipit strepitoso in poi – “Harold pensava che alla morte della madre avrebbe ereditato la villa e che due volte a settimana si sarebbe impiccato nell’atrio” – il libro si dipana in una serie di situazioni assurde che variano dal grottesco al classico humour britannico, con molte freddure davvero divertenti e personaggi sempre fuori dalle righe. Harold, a metà tra il ragionier Fantozzi e l'impacciato Mr. Bean, sembra affrontare tutte le disavventure che gli piombano addosso con la placida tranquillità dell'animale che va al macello e per questo ci fa ridere ancora di più. La trama portata in scena da questo misterioso autore tedesco che si firma con le pseudonimo Einzlkind (che significa “figlio unico”) è quella di una favola bizzarra, spassosa e a tratti anche dolce. Il libro mette insieme se vogliamo una serie di cliché narrativi che funzionano sempre: il sempliciotto strambo, il bambino prodigio, la ricerca del padre come ricerca di se stessi e motore dell'azione. Il risultato è un romanzo divertente, con uno stile frizzante che lo rende scorrevole e lo fa somigliare quasi a una commedia cinematografica inglese riuscita bene come “L'erba di Grace” o “Full Monty”.

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