Harry Potter e la maledizione dell’erede

Harry Potter e la maledizione dell’erede

Anche per Albus Severus Potter, secondogenito del famigerato Harry, è arrivato il momento tanto atteso: saltare sul treno e fare finalmente il suo ingresso a Hogwarts, la scuola di magia in cui suo padre, anni addietro, ha appreso con successo l’arte del mestiere ed è stato protagonista di incredibili avventure. Tutta la famiglia è riunita nei pressi del binario 9 e ¾ della stazione londinese di King’s Cross, affollata di maghi e streghe in mantello che cercano un modo per salutare i propri figli: Harry con in spalla la piccola Lily, la più piccola, sua moglie Ginny e il loro primogenito James. Arrivano anche Hermione Granger e suo marito Ron Weasley, storici amici di Henry: anche la loro figlia Rose sta per salire sull’Hogwarts Express insieme ad Albus. Il giovane è pieno di dubbi e paure per la sorte a cui va incontro: e se invece di finire in Grifondoro – sezione prestigiosa della scuola a cui, secondo Albus, sono appartenuti i maghi più valorosi, compreso suo padre – fosse finito in Serpeverde, sede dei maghi più cattivi e oscuri? In teoria non c’è nulla di che preoccuparsi: il Cappello Parlante avrebbe “sentito” ciò che Albus provava e avrebbe agito di conseguenza alla cerimonia di Smistamento degli studenti, Henry ne è più che certo. Ma stavolta si sbaglia, perché la sorte ha destinato suo figlio proprio alla fazione da lui più temuta. Passano tre anni: Albus è deluso e arrabbiato, distante da suo padre – nei confronti del quale si sente nettamente inferiore - e a scuola socializza poco, tranne la forte amicizia che lo lega a Scorpius Malfoy, incontrato proprio nel suo primo viaggio in treno verso Hogwarts, quando Scorpius gli ha simpaticamente offerto di mangiare con lui Api Frizzole e Piperille, dolcetti alla menta così potenti da fare uscire il fumo dalle orecchie. Nessuno, a parte Albus, vuole essere amico di Scorpius: girano infatti voci piuttosto gravi sul suo conto, che lo indicano come figlio legittimo non di Draco Malfoy, ma bensì del signore oscuro, il mago più odiato e temuto da chiunque: Lord Voldemort. Intanto, la confisca di una GiraTempo illegale da parte del Ministero della Magia, mette Harry (direttore dell’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia) in una posizione scomoda: una volta trapelata la notizia, il vecchio Amos Diggory, in sedia a rotelle, viene a fare visita all’uomo, chiedendo di poter usare l’artefatto per ritornare al passato e correggere gli eventi che hanno visto suo figlio Cedric morire proprio a causa di Harry nel Torneo Tremaghi. Harry è costretto a negare a Diggory l’esistenza della GiraTempo, perché il suo utilizzo - per quanto allettante - è anche estremamente pericoloso. Albus, che ha origliato la conversazione, scopre con una certa soddisfazione che suo padre non è infallibile: ha commesso degli errori, ed ora, sarà lui a provare a porvi rimedio…

Le sue gesta si erano interrotte diciannove anni fa con Harry Potter e i doni della morte ‒ settimo volume della saga ‒ e ora il giovane mago torna alla ribalta nella prima opera teatrale a lui ispirata: il soggetto è ovviamente di J.K. Rowling mentre la regia è di Jack Thorne, che ne ha scritto anche la sceneggiatura assieme al collega John Tiffany. Questa è solo la prima versione dello script: se ne attende infatti una seconda, la Definitive Collector’s Edition, che uscirà in lingua originale nel 2017 e riporterà tutte le modifiche al testo effettuate durante i mesi di spettacolo. Spettacolo che è stato presentato per la prima volta a Londra nel luglio 2016 ‒ accolto positivamente dalla critica ha vinto il premio Evening Standard Award come migliore opera teatrale ‒ e che ci presenta un Harry Potter vicino agli “anta”, con un impiego di prestigio e moglie e prole al seguito. L’uomo, ottimo mago ma pessimo comunicatore, ha un rapporto difficile con il suo secondogenito Albus, il vero protagonista della storia: il suo cognome è un fardello pesante da portare (per non parlare del nome: forse quel genio di suo padre ha un tantino esagerato pensando alla combinazione tra Albus Silente e Severus Piton, due tra i presidi più valorosi di Hogwarts!), e il tentativo di emulazione diventa inevitabile quanto frustrante. Albus è “l’altro”, l’incapace, la pecora nera: schernito dai compagni di scuola condivide il suo status di sfigato con il simpatico Scorpius Malfoy, suo unico amico e complice nel furto della GiraTempo, ed è palese che con il potente artefatto tra le mani, i due combineranno un mucchio di guai a cui i genitori dovranno cercare di mettere rimedio a spasso tra presente e passato. Soprattutto nel passato, cosa che dà allo script il sapore dell’amarcord: poche infatti le novità, per quello che in teoria dovrebbe essere l’ottavo capitolo della saga e invece sembrerebbe esserne più una sorta di opera celebrativa, che ne ripropone le fasi più salienti seppur in una forma insolita, quella teatrale; probabilmente solo una mossa di mercato per tenere buoni e fedeli i milioni di fan sparsi per il globo ‒ che si sa, il giovane Potter è sempre fonte di guadagno sicuro. Niente di entusiasmante però: una sceneggiatura divisa in due parti ‒ la prima decisamente più noiosa e confusionaria della seconda – che presenta dialoghi poco brillanti: il bene alla fine trionfa, ma serve puntualizzarlo? Non c’è guaio che non possa essere risolto a suon di bacchetta e incantesimi. Tranne uno, forse: la formula magica che riesce a mettere d’accordo genitori e figli ancora non è stata inventata, nemmeno in quell’incredibile mondo che è Hogwarts.



 

 

 

 
 
 
 

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