Harvard Square

Harvard Square
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Harvard. Massachusetts. Un padre accompagna suo figlio nel giro delle università per scegliere quella che frequenterà. “Come molti genitori che avevano studiato lì volevo che Harvard piacesse anche a lui”, ma il ragazzo chiede di andar via senza finire le presentazioni delle varie offerte formative. “Una parte di me voleva che ripercorresse le mie ombre. Lungi da lui, naturalmente. O forse ero io che volevo ripercorrerle, attraverso di lui”. Ecco che all’improvviso all’uomo tutto si fa chiaro: “Bramavo di rimettere piede a Cambridge, con mio figlio a farmi da scudo, copertura, controfigura” per ricordare quel tempo in cui “io ero l’outsider, il ragazzo di Alessandria d’Egitto, eternamente confuso e desideroso di appartenere a quello strano Nuovo Mondo.[…] Non ero come tutti gli altri, non ero uno di loro. […] Questa non era davvero casa mia, magari non lo sarebbe mai stata. Questa non era la mia gente, non lo sarebbe mai stata. Questa non era la mia vita, non era la mia città natale, non ero nemmeno io, non potevo essere io”. E i ricordi tornano tutti, come un fiume in piena, impetuosi da quel luglio 1977. Era rimasto solo, perché tutti erano in vacanza o in viaggio all’estero per perfezionare la lingua o gli studi. Gli esami di gennaio per il dottorato erano andati male, e ora stava studiando per tentare di approfittare dell’ultima possibilità; per mantenersi aveva trovato un lavoretto part time in una biblioteca e dava qualche lezione di francese. Lo accompagna sempre la paura che presto avrebbero scoperto che lui era stato un pessimo investimento e lo avrebbero buttato fuori; d’altra parte i suoi sentimenti verso tutti i membri del dipartimento erano di odio “Li disprezzavo perché non volevo essere come loro, ma non volevo essere come loro perché sapevo che una parte di me non ne sarebbe stata all’altezza, mentre l’altra desiderava più di ogni altra cosa essere fatta della loro stessa pasta”. Di giorno il caldo era insopportabile, di sera vagava per Harvard Square in cerca di qualche bar dove passare il tempo leggendo. Il Café Algiers era un piccolissimo locale sempre affollato, un angolo di mediterraneo avulso dal clima snob che lo circondava. Una domenica pomeriggio stava leggendo Montaigne e aveva sentito parlare francese con quell’accento che gli apparteneva, quello che con Parigi aveva poco a che fare. Era un tizio ad un tavolo vicino che “sparava parole a raffica, come una mitragliatrice, a scatti e sputacchi”, e alzando la voce “nervoso, folle, passava a volo radente da un argomento all’altro” radendo al suolo qualunque aspetto della civiltà occidentale – ma anche orientale, non importava. Un caffè dopo l’altro e “giù contro capitalisti, comunisti, liberarli e conservatori, contro il Vecchio continente, il Nuovo mondo, la Società delle Nazioni, la Lega araba, l’Unione delle femministe, la Lega Cattolica, la Grande muraglia cinese, il muro di Berlino, giù contro tutto e tutti!”. Lui lo aveva già sentito altre volte, ma quel giorno non era riuscito a trattenersi, si era avvicinato e gli si era rivolto in francese. Così era cominciata la sua amicizia con il tassista tunisino musulmano Kalashnikov, Kalaj per tutti, ad Harvard da sei anni, “un vulcano spaccone”, che sapeva tutto di tutti, non si fidava di nessuno e si aspettava il peggio da ognuno. Il berbero era tutto il contrario del mite ebreo, e allora che cosa lo aveva attirato in quell’uomo? “Forse era la mia controfigura, una versione primitiva di me stesso di cui avevo perso le tracce, di cui mi ero disfatto vivendo in America. […] Io senza maschera, senza catene, senza guinzagli, incompiuto”...

Nato nel 1951 da una famiglia ebrea di origini turche ad Alessandria d’Egitto, espulsa poi nel 1965 da Nasser, André Aciman – madre lingua francese ma capace di parlare inglese, ladino (il dialetto spagnolo degli ebrei sefarditi), greco, arabo e italiano ‒ dopo alcuni anni trascorsi a Roma e Parigi, arriva in America dove ancora oggi insegna letteratura comparata alla City University di New York e vive con la famiglia a Manhattan. In questo romanzo del 2014 protagonista assoluta è la nostalgia del tempo perduto – per dirla con Proust del quale, come è noto, Aciman è esperto conoscitore e studioso. Questa storia malinconica – raccontata con la sua tipica prosa fluente che affascina e cattura ‒, temperata dall’ironia ora caustica ora grottesca, è una storia di amicizia e identità, di ricerca anzi dell’identità e di bisogno di appartenenza. La fiction si mescola alla biografia reale dell’autore e reale più di ogni altra cosa è il sentimento di estraneità e spaesamento che il giovane colto e timido ebreo vive ad Harvard, cercando di integrarsi in un mondo che non sente suo e che lo spinge, durante una intensa estate, ad avvicinarsi a ciò che finalmente riconosce come simile, al di là delle differenze con il tassista berbero che ad un tempo lo respingono ma ancor più lo attirano. Ha detto Aciman in una intervista a Rai Storia che il sentimento di fallimento era costantemente incombente e che per questo il protagonista si era sentito “attirato da una persona che ha lo stesso accento francese che parlava da bambino”. La lingua, quindi, è elemento essenziale, fondamentale che unisce e permette di riconoscersi tra simili in un mondo ostile. Presto il dottorando di origini egiziane si rende conto che questa attrazione nei confronti di una persona così diversa (che alla fine si scopre, in realtà, assai simile nello stesso sentimento di smarrita paura) dipende dal fatto che in lui riconosce un altro sé, una specie di doppio: Kalaj sa risolvere tutto, a suo modo ma risolve tutto – dice ancora l’autore nell’intervista -, senza la timidezza spesso imbranata dell’altro; sono quindi speculari, entrambi esuli e spaesati, nonostante ci voglia tempo per scoprire quanto siano simili. Certo il dottorando può raccontare le sue ansie e i suoi disagi di integrazione, che pure cerca di nascondere, da un punto di vista privilegiato; eppure anche lui quell’estate vive un momento di forte incertezza a causa dell’esito degli esami e quindi è più istintivamente portato ad avvicinarsi al tunisino, il quale, a dispetto dell’atteggiamento critico e polemico nel confronti di quel mondo così diverso dal proprio, ha l’unico desiderio di potervi finalmente appartenere. Kalaj trascina l’altro in serate alla ricerca di cene da scroccare o pagare il meno possibile e ragazze da rimorchiare; l’ebreo è affascinato dal modo di fare del tunisino generoso e impulsivo, vorrebbe essere come lui, così aperto a tutto e tutti. Regge il romanzo la tensione tra due modi di essere – l’ebreo colto e benestante, il musulmano esperto di vita ma sempre in bilico ‒, tra due mondi – l’America, il sogno americano tanto desiderato e il mondo nostalgico dell’infanzia che forse non è mai esistito davvero nel modo in cui credono di ricordarlo ‒, tra la vitalità del vero protagonista, Kalaj, (che soprattutto si concretizza nella convinzione che rimorchiare di continuo donne sia l’unico stile di vita valido) e l’approccio alla vita quasi timoroso e a tratti anche vigliacco dell’altro. Il lungo flashback ‒ incentrato su questo legame improbabile che ha termine non appena ricomincia la vita accademica autunnale e che è tenuto insieme da qualcosa di irreale, la nostalgia per una Francia immaginaria , non realmente esistente se non in ricordi distorti, e per una lingua francese che ha però accento nordafricano – ha termine con un rimpianto, come dice ancora Aciman nella succitata intervista. Il rimpianto che a distanza di anni accompagna un uomo perfettamente integrato e realizzato nella vita privata e lavorativa, quello di non essere stato un amico migliore per una persona capitata per caso nella sua vita ma in qualche modo, forse, capace di salvargliela.



0
 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER