Havana

L’Avana, fine anni ’90. Una lama di luce fruga tra le tenebre, a pelo d’acqua. Una barca della Policía Revolucionaria de Cuba perlustra la baia: lattine, nasse, galleggianti da pesca, materassi, polistirolo e alghe dondolano sulle onde. Ma la PNR non è a caccia di immondizia, stanotte. Nell’acqua del porto c’è un cadavere, e per tentare di riconoscerlo, ospite inatteso, è giunto un collega dall’altra parte del mondo. L’Investigatore russo Arkady Renko - tollerato a malapena dai colleghi cubani - è arrivato qui direttamente dall’aeroporto. Circa 24 ore fa l’ha contattato d’urgenza l’ambasciata russa a Cuba pregandolo di intervenire perché Sergej Pribluda, ex maggiore del KGB ed ex nemico giurato diventato quasi amico, “era nei guai”. A sentire la PNR si era trattato di un garbato eufemismo, perché i poliziotti cubani sostengono che è proprio di Pribluda il cadavere gonfio e gelatinoso che stanno cercando di recuperare dall’acqua buia senza mutilarlo troppo. Lo strano è che il morto stava pescando tenendosi a galla con una grossa camera d’aria. Una cosa molto cubana e molto insolita per un ex ufficiale del KGB, riflette Renko. Ma i colleghi della PNR non sentono ragioni: il cadavere è del russo e Renko deve riportarselo a Mosca prima possibile perché è “persona non grata”, come del resto tutti i russi, ex benefattori e rei di aver “abbandonato” Cuba alla povertà dopo il disfacimento dell’URSS…

Vuoi mettere gli oligarchi, le puttane e la Russia sfasciata e corrotta di Boris Eltsin con l’atmosfera cupa e orwelliana dell’Unione Sovietica, per ambientarci un giallo? Forse è anche per questo che Gorky Park è diventato una leggenda e i successivi capitoli della saga di Arkady Renko hanno via via preso l’attenzione del pubblico. Deve aver pensato qualcosa del genere Martin Cruz Smith quando si è messo alla scrivania a scrivere il quarto romanzo con protagonista l’ineffabile e taciturno investigatore moscovita. E allora ambientiamolo in un Paese comunista, no? Tanto più che nel 1999, quando Havana è uscito, i rapporti del regime di Fidel Castro con la Russia erano davvero ai minimi termini. Un po’ come la vita di Arkady Renko, solo e disperato, fortemente tentato dal suicidio dopo la morte assurda della moglie Irina, uccisa da un banale antibiotico al quale era allergica per l’errore di una infermiera distratta. Questo non gli impedisce di sgominare un complotto internazionale nel campo del commercio dello zucchero, di raccontarci L’Avana e le sue struggenti contraddizioni (“Le tre vittorie della Rivoluzione? Sanità, istruzione e sport. Le tre sconfitte? Colazione, pranzo e cena”) e di intrattenerci con un giallo sufficientemente teso e scritto con indubbio mestiere. Ma senza lampi.



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