Heartland

Heartland è il luogo dell’anima. È Dudley, nelle West Midlands inglesi. Un luogo fagocitato dalla crisi siderurgica, strozzato dalle conseguenze della politica della Tatcher e di Blair. A Dudley si gioca a calcio e nessuno meglio di Rob sa cosa significhi correre dietro a un pallone. Forse solo suo padre, finché ne è stato in grado. Robert però, anche se bolso e svogliato, gioca ancora. In ballo c’è un campionato e una partita tesa come una corda. Bisogna battere il Muslim Community a tutti i costi. Impossibile però, rimanere concentrati sul premio. Ci sono i Mondiali e questa volta per l’Inghilterra è la volta buona. Jasmine è ritornata e ora lavora nella scuola dove lui insegna Educazione fisica. Appresso si è riportata il ricordo di Adnan, l’amico d’infanzia sparito chissà dove. Ci sono i ragazzi di Dudley, una nuova generazione al confine con l’analfabetismo che Rob vorrebbe aiutare. C’è tutto un monte di ricordi da valicare, con i quali bisogna scontrarsi, per poterli dimenticare…
“Non è successo necessariamente qui”. Anthony Cartwright ha inserito questa semplice frase in uno dei meandri più nascosti del suo labirintico secondo romanzo, il primo edito in Italia. Forse solo in questo frangente si percepisce con chiarezza l’essenza di questo splendido affresco che ritrae tutti gli uomini del mondo. Non solo lo stuolo di personaggi, gli abitanti di Dudley o la squadra del Cinderheath. Parla invece di tutti coloro che affrontano la vita di petto e la fanno rimbalzare di testa. Un lungo rinvio nell’area avversaria che è il nostro miglior tiro dopo anni interminabili di allenamento. Ci vuole davvero poco, un appoggio sbagliato o il vento contrario, e il pallone andrà a finire esattamente dove non lo vogliamo. La partita, però, continua. Ci riconosciamo tutti, quindi, in questo grande coro di cui Anthony è il maestro indiscusso. Un intreccio caleidoscopico dalla struttura impeccabile e originale. Un breve pensiero nel presente, riporta a ricordi vecchi di anni o di poche ore, a storie di famiglia e di quartiere, percorrendo un sottilissimo filo (Inghilterra – Argentina dei Mondiali di calcio 2002) in cui si ritrovano tutti all’unisono comandati da un Proust post litteram. David Beckham è, per gli inglesi, una specie di madeleine un poco stantia ma dal sapore inconfondibile. Ricordare non aiuta però a costruire il futuro, ma a digerire il presente. Il motivo per cui siamo arrivati fin qui è dovuto a noi ed è il migliore dei mondi possibili. Così dice Tom: ”Andrà bene. Va tutto bene. Siamo sempre qua”. Sulla parete si scorgono tantissimi altri particolari. Ci sono le tensioni razziali, le illusioni politiche, l’amore sconfinato per il calcio. Alla fine saranno solo un escamotage, particolari di un disegno che già comincia a scomparire. Cosa resta di noi, forse Cartwright saprà dircelo nel suo prossimo libro (ci si augura sempre tradotto magnificamente da Daniele Petruccioli). Nell’attesa noi continueremo a correre, in pieno recupero.

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