Hermanos

Hermanos

America, fine ‘800. Julio è nei pressi di una ferrovia e sta aspettando un treno pieno di lingotti d’oro. In sella al suo cavallo, sente arrivare il convoglio e prova a salirci in corsa. Il cavallo si fracassa la testa, Julio miracolosamente si ritrova dentro una carrozza. Da lì si muove ed entra nel vagone successivo, immobilizzando due guardie e legandole. La cassa con l’oro è nella carrozza successiva. Una guardia lo avverte che l’oro è in un altro treno e che in questo in cui si trova c’è solo dinamite, ma Julio non ci crede e spara. Si ritrova disteso su dei rovi, si alza e comincia a camminare verso il paese più vicino. Arriva a Keelton sei ore dopo ed entra subito in un saloon. Si sta fumando un sigaro mentre aspetta suo cugino, Diego, quando ad un tratto qualcuno gli appoggia una pistola sulla schiena. È suo fratello Rod, che lo vuole ammazzare per una rapina in banca di qualche anno fa che Julio ha sabotato facendo esplodere della dinamite e ammazzando alcuni compagni. Rod è tremendamente serio, ma a salvare la situazione arriva tempestivamente Diego. Prima chiarisce il disguido del treno con Julio: c’è stato uno scambio di convogli, lui aveva corrotto una guardia per avvertire Julio, ma questi l’ha imbavagliata prima che potesse parlare. Tuttavia l’oro è intatto, Diego sa dove si trova. Rod decide di risparmiare Julio: i tre decidono di andare a prendersi i lingotti...

Nel vecchio West si consuma la più classica delle storie: banditi buoni, banditi malvagi, guardie, oro, cavalli, diligenze, carne essiccata, forti e fucili. Gli elementi per inserirsi nel filone spaghetti western ci sono tutti. La capacità di gestire una storia, anche. Ed ecco che il romanzo è servito, sebbene la trama – questo è l'unico appunto che si possa fare ai due giovani scrittori – rimanga troppo mainstream e non venga nemmeno tentato nessun colpo originale. Romanzo che per intenti vuole assomigliare a The Hateful Eight e Django Unchained. Ma si sa che è impossibile copiare Tarantino o anche solo imitarlo (a meno che non ci si chiami Park Chan-wook): altro discorso l’appartenenza ad un genere preciso con i suoi canoni e i suoi cliché, che non è un fattore necessariamente negativo, anzi. Questo western alterna sapientemente violenza a toni leggeri, scene di assalto a dialoghi quasi ironici, risultando in questo modo leggero e quanto mai fruibile. Ne viene fuori appunto un western “all’italiana”. Inoltre è un libro che non ha pretese di insegnare qualcosa: sono il semplice gusto di raccontare e la passione per l’Ovest a muovere i due scrittori, Bogani e Pozzoli.



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