Hielo negro

Hielo negro
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Messico. La guardia ausiliaria Oaxaca, al secolo Ceferino Martínez, ha appena terminato la sua ultima ronda notturna nel magazzino e non sa che quelli saranno i suoi ultimi quindici minuti prima che la sua testa esploda in mille pezzi. Sta attendendo il cambio di guardia fra un quarto d’ora, giusto a mezzanotte, e tra una boccata e l’altra del suo Delicado ripensa al culo di sua moglie Margarita. L’ha presa con la forza proprio prima di andare al lavoro e già pregusta il momento di rincasare per darle il resto. Lo fa imbestialire quella donna quando lo contraddice. Fortuna che il lavoro lì è tranquillo anche se in quei giorni in laboratorio è arrivato un carico enorme di pseudo efedrina. Il mozzicone è quasi arrivato alle labbra quando arriva il cambio. Giunto alla porta Ceferino digita il codice segreto, ma il collega come svenuto gli cade addosso. Il secondo di esitazione che Oaxaca ha in quel frangente gli costa la vita. L’uomo travestito da gorilla davanti a lui gli poggia infatti la doppia canna del suo Mosseberg all’altezza degli occhi e gli spappola il cranio. Qualche istante dopo le due tonnellate di pseudo efedrina sono già su un camion guidato da un commando di uomini travestiti da gorilla… Andrea Mijangos ‒ dodici anni nell’esercito, quattro nell’Unità antirapine prima di approdare qui ‒ è alle prese con la sessione di addestramento di quel bastardo di Martinez, l’ennesimo lì dentro convinto che una donna, anche se della sua stazza, non potrà mai essere rude come un agente uomo, quando viene convocata d’urgenza dal suo capo Rubalcava. Deve correre ai laboratori Cubilsa, dove c’è stata una carneficina. Dodici vigilanti ausiliari trucidati e un carico di pseudo efedrina svanito nel nulla… Due uomini fanno la guardia al lato di un pick-up. Alle loro spalle il magazzino si staglia nel buio del nulla della montagna. Dall’interno intervallati si odono gli spari, le urla e la cantilena di Lizzy Zubiaga, quasi in un mormorio: “Dodici elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela...”. I due sicari si guardano stupiti tra loro. Il giorno dopo la polizia troverà in quel magazzino di Maztalán dodici cadaveri con uno smile fatto a bomboletta sul muro e la scritta “HAVE A NICE DAY!!!”...

Noir violentissimo questo di Bernardo Fernandéz ‒ scrittore fumettista messicano conosciuto con lo pseudonimo di Bef –, ambientato nell’inferno del narcotraffico. Un mondo in cui è meglio dimenticarsi l’idea stessa di “bene” e in cui tutti pare facciano a gara nel dare il peggio di loro quanto a corruzione, malaffare, truculenza, cinismo e disonestà. Una scrittura nervosa, tutta in soggettiva, rapidissima quella di Fernandéz, che cambia di continuo punto di vista e inquadratura fra i vari personaggi in un adrenalinico sballo infernale dove è proibito abbassare la guardia, anche solo per una battuta sbagliata, come sa bene l’agente Andrea Mijangos, da sempre costretta a convivere con la sua femminilità, oltretutto fuori taglia in un ambiente in cui il machismo è solo il primo step dell’addestramento. Andrea, circondata da colleghi lascivi, corrotti e pronti a tutto pur di salvare il culo e il proprio tornaconto, è l’unica che prova a seguire la retta via della legalità, della giustizia. Ma persino il suo senso del dovere sarà messo a dura prova quando suo malgrado si troverà a fronteggiare sogni di vendetta nei confronti della potentissima e ferocissima Lizzy Zubiaga – un’equivalente messicana della nostra pomellata Scianel di Gomorra ‒, giovanissima erede del cartello di Costanza che con la complicicità di un sadico neurochirurgo sta tentando di creare una molecola stabile, lo stupefacente perfetto, talmente puro ed estatico da volerlo chiamare Hielo Negro. Azione, sballo, mattanze, fucilate, sangue e adrenalina a fiumi. Bienvenido a Mèxico, hombre!



 

 

 

 
 
 
 

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