Hitler

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Avrebbe dovuto chiamarsi Schicklgruber, avrebbe dovuto avere due fratelli e sei sorelle, sarebbe dovuto diventare un funzionario amministrativo. Invece, tredici anni prima della sua nascita, il padre cambiò il suo cognome in Hitler, le malattie gli portarono via tutti i fratelli e quasi tutte le sorelle e lui, il giovane Adolf, decise di diventare il più grande artista del suo tempo. Amava disegnare e ascoltare le opere di Wagner, soprattutto amava fantasticare di storie di guerra fra indiani d’America e soldati dalla giacca blu. Eppure non fece mai nulla di concreto per diventare un vero artista, non si avvicinò mai agli artisti del suo tempo, fu respinto più volte dall’Accademia di Belle arti di Vienna. Era solo un giovane magro e allampanato, un giovane che aveva fatto di tutto per disobbedire al padre. Un anonimo ragazzo di provincia che non voleva scendere dalle nuvole, un collezionista di sconfitte. Dalla Vienna di fine secolo, crogiuolo di idee e nuove correnti di pensiero destinate a percorrere tutto il Novecento, alla Baviera del primo dopoguerra, focolaio di movimenti politici xenofobi e ultra nazionalisti fino alle stanze del potere e al bunker sotterraneo della Cancelleria. La folgorante ascesa al potere e il lungo processo della sconfitta definitiva di Hitler narrati con il rigore e la puntualità di uno fra i maggiori esperti della storia del Terzo Reich...

Un vero classico della storiografia contemporanea, più volte ristampato da Bompiani e ripubblicato oggi in questa pratica versione a volume unico. Ian Kershaw, storico britannico e massimo esperto di storia del nazismo, non si limita a ricostruire e analizzare tappa per tappa la vita e la parabola politica di Adolf Hitler. Il vero obbiettivo di quest’opera consiste nel riflettere su ciò che l’ascesa al potere di Hitler ha significato e sulla lezione che ne dovremmo trarre oggi. In definitiva, Kershaw analizza con rigore le radici della portata dell’ideologia nazista e le origini stesse della popolarità di Hitler. La domanda fondamentale è: “Su cosa si fondava il potere hitleriano?”. All’epoca dell’ascesa del Führer, la Germania era una nazione socialmente e civilmente evoluta. Eppure, quella stessa Germania si consegnò anima e corpo alla guida di uno psicopatico. Kershaw parte da questo presupposto: non c’è nulla da spiegare nella figura e nella personalità di Adolf Hitler. Egli era esattamente ciò che sembra oggi: una personalità malata, incapace di coltivare affetti per le altre persone (escluso, forse, la madre). Non aveva una vita privata, non coltivava segrete passioni, non c’era nulla che lo appassionasse al di là del ruolo di eroe nazionale. Hitler era il Führer. Il vero problema, ciò su cui dovremmo realmente riflettere è un altro. Come ha potuto convincere un’intera nazione, una delle più importanti nazioni d’Europa, a seguirlo? La Germania ha continuato a identificarsi con il suo dittatore fino alla fine, fino al suicidio finale, fino all’invasione dell’armata rossa e a quanto ne è conseguito. La nazione ha smesso di seguire Hitler solo dopo la notizia della sua morte. Solo allora l’esercito tedesco ha accettato la resa incondizionata. La vita di Adolf Hitler, allora, diventa la storia del più grande inganno di tutti i tempi: per quanto una nazione possa essere evoluta, basta molto poco a farla cadere nella barbarie.



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