Ho creduto in Hitler

Ho creduto in Hitler

Numero 17 della Blücherstrasse, quartiere sud-ovest di Berlino. È qui che nel 1907 viene alla luce Baldur, figlio del capitano Friedrich Von Schirach e di Emma Middleton Lynah Tillou, americana di Philadelphia. Tra Berlino e Weimar scorrono l’infanzia e la giovinezza di colui che guiderà la Gioventù Hitleriana, l’arringatore di giovani folle infervorate da sentimenti bellicosi e antisemiti, uomo vicino al Führer e ai suoi luogotenenti più spietati, da Himmler a Goebbels a Göring, solo per citarne alcuni. La prima volta che incontra Adolf Hitler Baldur ha solo 17 anni: ascolta rapito il suo discorso per pochi intimi a Weimar: l’uomo che ha fallito il colpo di Stato, col suo accento della bassa Baviera e la voce grave, parla del trattato di Versailles e ripercorre con enfasi le origini gloriose della stirpe germanica. L’infatuazione è inevitabile, Schirach ha trovato il suo eroe e motivatore, l’ispiratore di folle che più tardi scoprirà essere anche cinico e pericoloso, capace di incantare e sottomettere alla sua volontà le masse, la gente semplice ma anche la gente più colta, uomini e donne pronti a morire per il proprio leader…

Curato, tradotto e riveduto criticamente dal prof. Gianmarco Pondrano, il memoriale di Baldur Von Schirach ‒ pubblicato per la prima volta nel 1967 sulla rivista “Stern” (sotto forma di articoli seguiti a interviste), e inedito finora in Italia ‒ getta un’ulteriore luce oscura sulla genesi di quel male assoluto incarnato da Adolf Hitler. Così lo descrive il giovane Schirach “(…) L’uomo si presentava come un caporale con la Croce di Ferro di Prima Classe. Gli girava intorno un’aura di guerriero uscito dalle trincee, senza nome, senza famiglia, senza legami. La Francia aveva sepolto il suo milite ignoto sotto l’Arco di Trionfo. In Germania, era vivo. Profeta della rivoluzione nazionale”. L’opinione muta con gli anni, e pur rimanendo sostanzialmente fedele al suo Führer fino al processo di Norimberga e alla condanna a vent’anni di reclusione, il padre della Gioventù hitleriana sa fare autocritica e riconoscere alcuni errori che lo hanno reso cieco e complice dell’atroce regime. Ha solo voluto alleggerire la sua posizione processuale o si è realmente pentito del ruolo rivestito nella disfatta tedesca? Non lo sapremo mai. Schirach muore nel 1974 (fu rilasciato nel 1966, finita di scontare la sua pena), ma l’introduzione critico-scientifica di Pondrano che ha corretto “errori” e precisato la periodizzazione, aiuta a riflettere sul racconto del gerarca e più in generale su un’epoca buia, in cui colpe e colpevoli sono molteplici. Apologia, racconto, memoria storica: il testo è un preziosissimo documento che Castelvecchi ha reso disponibile al pubblico italiano. Ripercorrendo quegli anni attraverso una prospettiva nuova, l’impressione è che, al di là della vasta cultura e dell’abilità da prosatore e oratore di Baldur Von Schirach, l’essenziale siano la conoscenza e la memoria.



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