Ho portato sulle spalle mio padre

Ho portato sulle spalle mio padre
Emilio e Leone. Due fratelli che rincorrono un’ombra sfuggente, a tratti minacciosa, dai contorni indefiniti come quelli del bosco che li ospita. Lando è un uomo braccato, o almeno è così che si sente nella sua folle corsa attraverso i boschi della sua infanzia, perso nelle terre brumose di un passato per lo più ingoiato dall’alcool, da una vita solitudine e fatica condivisa solo con i suoi due figli, appena rischiarata in lontananza dal ricordo sfocato di suo moglie Mara, del proprio padre brutale, degli amici di infanzia. Lando è fuggito nei boschi dell’Appennino in cui  è cresciuto e che hanno ospitato le avventure di volta in volta mozzafiato, incoscienti, violente, dolci come i sogni, dure come gli incubi di generazioni di bambini prima e dopo di lui. I suoi stessi figli, prima di separarsi e condurre vite così diverse (un contadino/scultore e un professore universitario), hanno trascorso intere notti d’estate a esplorarne i misteri, a inventarsi avventure recitate con le parole dei loro eroi letterari: pirati, corsari, pugili, sognando di diventare artisti, scrittori e imparando l’arte di cacciare cinghiali e spaventare carabinieri molestatori di bambine. Lando è fuggito perché tallonato dalla progressiva perdita di sé, spaventato dai suoi 73 anni, ossessionato dall’idea di “ritrovare il proprio branco” e le lunghe ore che i suoi figli spendono nei boschi per cercarlo sono l’occasione per riscoprirsi, confessarsi insospettati rancori, analizzare le radici dell’odio del loro padre per Emilio, il figlio che più gli assomiglia eppure è fuggito. Uno dei più fulminanti dialoghi padre-figlio che abbia letto di recente vede un incredulo padre che davanti alla scelta universitaria del figlio gli chiede dapprima perché mai voglia diventare postino e, chiarito l’equivoco, constata affranto che in realtà vuole “solo diventare una mezza sega”…
Le dinamiche ancestrali del rapporto padri-figli si dispiegano in tutta la loro violenta drammaticità nella narrazione di Minuz: a partire da Enea e Anchise, che nella scultura che prende vita dalle mani di Leone sembrano lottare per liberarsi dal legno che li imprigiona. Leone, Emilio e lo stesso Lando portano tutti “sulle spalle” il proprio padre e tutti e tre - pur attraverso processi dolorosi di separazioni e ritorni, dopo aver lottato tutta la vita per liberarsi del peso soffocante - finiscono in qualche modo per piegare la schiena, riconciliarsi col fardello che la grava. Nonostante la scarsa cura editoriale e la superficialità che affligge soprattutto la prima parte del libro (accentazioni imbarazzanti, una stessa persona che a righe alterne è preside e rettore, scarsa conoscenza delle dinamiche universitarie), Minuz rivela un talento ormai raro nella letteratura italiana, quello di dare al racconto un proprio respiro cadenzato con quello dei boschi e dell’Appennino in cui si svolge e che narra senza mai farsi retorico o banale.

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