Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno

Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno
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È il 1923 e Franz Kafka ha finalmente trovato il coraggio di lasciare la casa di suo padre a Praga. Prima d’ora non è mai riuscito a immaginare una vita lontano dai propri cari, soffocanti, affetti familiari. Ha fatto di tutto per non contrariare la volontà dei genitori, dalla laurea in giurisprudenza all’impiego presso l’Ufficio delle assicurazioni contro gli incidenti sul lavoro ma la sua vita è tormentata dall’angoscia e dai problemi di salute. Vuole fuggire, vivere davvero, inalare gli odori penetranti e inebrianti della vita al di fuori delle polverose mura domestiche, ma le sue ansie e le sue paure sono destinate a seguirlo in ogni dove, sino alla spoglia e disadorna tomba… È il 1942 e il piccolo Philip segue le lezioni di ebraico del dottor Kafka, cinquantanovenne remoto e malinconico, dall’alito cattivo e lo sguardo rivolto al passato. A scuola non si fa rispettare e spesso è oggetto di scherzi e battute da parte dei ragazzi e dei colleghi. Nessuno però mette in dubbio le sue capacità di insegnante…

Philip Roth e Franz Kafka, Franz Kafka e Philip Roth. Un maestro della letteratura contemporanea e un maestro della letteratura del novecento, autentici giganti in grado di travalicare l’hic et nunc con speculazioni che pongono al centro della propria produzione l’introspezione dell’uomo e i suoi rapporti interpersonali e familiari. La curiosità nei confronti di questa breve opera, suddivisa simmetricamente in due parti, è tanta. La prima parte, trattata con taglio accademico ma passionale, racconta Franz Kafka come lo immaginiamo attraverso la sua breve e metamorfica produzione letteraria: un uomo messo al muro dalle proprie angosce, dalle elefantiache premonizioni di una vita fallimentare vissuta all’ombra di una famiglia compatta ma algida in cui la figura paterna giganteggia e fagocita ogni aspirazione filiale come un Crono redivivo. Franz è debole e malato, debilitato nel corpo e nell’anima da una vita che gli appare sempre meno lunga e sempre più deludente. Nasconde le proprie aspirazioni letterarie in un cassetto e il suo fisico smunto, in cui traspaiono lampanti i tipici tratti somatici ebraici estremizzati dalla magrezza, non riesce a celare il lager interiore fatto di digiuni (emotivi e affettivi) e privazioni che si è costruito giorno dopo giorno, amarezza dopo amarezza fino alla prematura morte, avvenuta nel 1924. Proprio da qui inizia la vera fiction di Roth, che, nella seconda parte, immagina un Kafka quasi sessantenne, costretto a fuggire in America per evitare le persecuzioni naziste. Anche qui il genio praghese non riesce ad affermarsi come scrittore e sbarca il lunario come insegnante alla scuola di ebraico frequentata dal piccolo Philip. Vive in una stanza spoglia e a buon prezzo, metafora di solitudine e compressione mentale di vangoghiana memoria, e di tanto in tanto visita casa Roth, riuscendo perfino a frequentare la zia Rhoda prima di sparire, definitivamente, in un immeritato oblio. Il lavoro dello scrittore statunitense è pregno di fascinazione e genuina empatia, e si muove entro il sentiero dell’omaggio didascalico, senza comunque rinunciare al garbo stilistico che fa dell’autore di Pastorale americana una delle penne più acute e apollinee della letteratura d’oltreoceano.



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