Hoefer racconta Camilleri

Hoefer racconta Camilleri

“Comi l’alica e lu lippu. Come l’alga e il muschio. Muschio marino. Vuol dire essere come amici fraterni, intimi”. Porto Empedocle, secondo dopoguerra. Andreuccio – come lo chiama la signora Carmelina, sua madre – è figlio unico; anche Fefè lo è e, come capita spesso in questi casi, i due sono molto legati, “quasi in simbiosi. In case diverse ma sempre insieme. L’uno per l’altro, trascorrevamo gli anni della gioventù con goliardia, passione, libertà”. Passeggiano lungo la riva del mare che amano tanto entrambi, e per chilometri parlano di tutto. E giocano lunghi tornei di ping pong nel salotto della casa di Andreuccio, sotto lo sguardo preoccupato di Adelina (ndr. Vi dice niente questo nome?), la criata che aiuta in casa, stira e cucina piatti buonissimi (ndr. Sì sì, è proprio lei, avete indovinato!) Poi vanno in barca con un paio di amici, raggiungono una spiaggia meravigliosa, mangiano sarde arrostite sul coccio, bevono un vino di quello buono che si sono portati dietro, si gustano un’anguria gelata tenuta fin lì nel ghiaccio comprato al porto, e si addormentano un po’ brilli e felici sul mare. Insieme, Fefè e Andreuccio, fondano anche una compagnia teatrale, perché condividono anche questa passione, la chiamano “Maschere nude” in omaggio al conterraneo Pirandello: “Eravamo pieni di entusiasmo, camminavamo con i sogni in tasca. Non ci stancavamo mai e pur di allestire una commedia eravamo pronti a fare le ore piccole”. Nei ricordi le chiacchiere nei camerini, l’odore dei trucchi così amati perché “riuscivano a trasformare un uomo in qualcun altro”. In una vecchia fotografia Andreuccio controlla attentamente il cerone sul viso dell’amico, “Lui non si perdeva un solo istante, dalle prove alla messa in scena di un’opera”. Da allora, Andreuccio e Fefè non si sono mai allontanati e ancora si sentono al telefono ogni settimana, pure se non si vedono da cinquant’anni e vivono l’uno a Roma, l’altro a Gela. Fefè è il poeta Federico Hoefer, Andreuccio Andrea Camilleri, che non ha bisogno di presentazioni…

Andrea Cassisi, giornalista e poeta, e Lorena Scimè, giornalista e appassionata di teatro, entrambi siciliani, scrivono un libro curioso dopo aver incontrato e ascoltato a lungo (la prima volta in un bar) Federico Hoefer, amico fraterno di Camilleri e empedoclino come lui. “Il destino a volte gioca scherzi un poco antipatici” ha detto l’anziano poeta in una breve intervista, ma l’importante è sentirsi, avere i ricordi “che sono tanti e sono nostri”. Con commozione e divertimento Hoefer apre lo scrigno di queste preziose memorie e ne fa dono ai due giornalisti entusiasti perché li traducano in questa piccola collana di racconti nei quali “ogni parola è un incanto, ogni aneddoto genera stupore. Una magia”. Una raccolta di piccolissime storie che permette ai numerosi fan del vecchio Maestro siciliano di aggiungere altri tasselli ai tanti che personalmente ha già regalato in molti dei suoi libri, quelli nei quali ha raccontato una vita lunga, ricca di esperienze e feconda in tante maniere. Sono i ricordi della prima giovinezza narrati da un amico che con lui li ha condivisi e che ne parla con evidente emozione, soprattutto perché quel legame, anche a distanza, non si è mai interrotto e coltiva ogni giorno la speranza di farli rincontrare, nonostante le difficoltà legate all’età ormai avanzata e alla salute. Come scrivono i due autori: “E se capita che la vita ti porti altrove, l’amicizia – quella vera – non teme confini, non conosce barriere” e proprio così è per i due vecchi empedoclini. Quando è uscito il libro, Andrea Camilleri ci ha tenuto a mandare un messaggio ad Hoefer: “Non ci vedo più, ma mi farò leggere il tuo libro. È il più bel regalo della mia vita”. Ed è un bel regalo certamente anche per noi lettori, che di questi ricordi e di questa amicizia veniamo messi a parte, anche perché non possiamo non trovarci d’accordo con le parole di Melo Freni – regista, giornalista e scrittore amico di vecchia data di Hoefer e Camilleri – nell’introduzione: “La domanda ricorrente, in letteratura, in psicanalisi, è: perché si sente il bisogno di ricordare? E la risposta è sempre: perché è tra i doni più belli della vita”.



 

 

 

 
 
 
 

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