Hotel Bosforo

Hotel Bosforo
Nonostante sia mattina presto, Kati, tedesca di nascita ma stambuliota d’adozione, non riesce a trovare nemmeno l’ombra di un parcheggio per lasciare la sua macchina e correre ad aprire il negozio. La cosa, ovviamente, non le fa affatto piacere, anche perché ha un sacco di cose da fare e di preoccupazioni che le ronzano in mente. A un tratto, però, un uomo apre la portiera della sua vettura. Almeno un problema è risolto… Le preoccupazioni però non la abbandonano, in particolare quella per il suo piccolo Fofo, al secolo Juan Antonio, che da due settimane si è di nuovo innamorato e, al solito, ha perso la testa. Come per Ali, l’avvocato turco tutto giacca e cravatta con cui ha vissuto una relazione clandestina per un anno e che lo ha usato e gettato via dopo che Fofo, per lui, aveva abbandonato dalla sera alla mattina la sua Granada. Alla fine Juan Antonio era rimasto solo, ed è venuto ad abitare, e a lavorare, nella libreria specializzata in gialli, con Kati, che ora, come Lale, teme si possa fare di nuovo male con questo fantomatico Alfonso, che insegna all’istituto di cultura spagnola. Oltretutto, se ha sempre la testa fra le nuvole, non le è nemmeno d’aiuto in negozio, tanto che ora tocca a lei la levataccia quotidiana: vita mondana, addio… La mattinata comunque continua a prospettarsi impegnativa, perché Kati non fa in tempo a entrare in libreria che già squilla il telefono. D’altronde, a Istanbul tutti parlano sempre al telefono… In ogni modo, dall’altra parte del ricevitore c’è la persona che meno si sarebbe aspettata di sentire. Petra. La sua ex amica. Non perché abbiano litigato. Si sono banalmente perse di vista, come può capitare dopo aver studiato insieme per anni ma aver poi preso strade diverse. È diventata un’attrice, di una certa fama. Perché la chiama? Magari non è più famosa e vuole soldi? Ma no, anzi, è tutta contenta, la voce squillante, il sorriso che si indovina oltre la cornetta. Sta per girare un film a Istanbul, e vuole rivederla…  
Conquista dalla prima riga Hotel Bosforo di Esmahan Aykol, perché è scritto veramente bene. L’ambientazione è affascinante, ma non ci troviamo di fronte a una sorta di prolissa cartolina per turisti, che vuole far vedere le bellezze di Istanbul – probabilmente la capitale galattica del pettegolezzo, a quel che si legge – ma rimane vacua e superficiale come invece, passando dalla pagina allo schermo, è stata, tanto per fare un paragone, la descrizione della Roma traboccante di cliché nell’imbarazzante To Rome with love. Un film che si fa un’immensa fatica ad attribuire - ma non c’è, sventuratamente, possibilità di equivoco - a Woody Allen, il regista di almeno dieci delle migliori cento pellicole della storia del cinema planetario, dai fratelli Lumière in giù, fino ai cineasti dei giorni nostri, che la celluloide non se la ricordano nemmeno più. Questo si deve con ogni probabilità alla prima e fondamentale regola dell’autore: scrivere di qualcosa che si conosce. O quantomeno sulla quale ci si è documentati: Salgari, tanto per dire, difficilmente sarà mai andato oltre Nichelino, figuriamoci in Malesia, eppure ci ha regalato dei capolavori. La Aykol sa di cosa parla – non c’è alcun dubbio! – e catapulta il lettore in una quotidianità credibile e autentica, caratterizza i personaggi, tutti riusciti, con mille sfumature (non solo cinquanta, non solo di grigio, nero o rosso… O tempora o mores…), è divertita e divertente, ironica, mai didascalica, sensuale – le cinquanta sfumature succitate, viceversa, lo sono quanto un’unghia incarnita… – e inoltre inventa una storia piena di filoni narrativi, ben intrecciata, in cui la dimensione del “giallo”, il delitto il cui mistero va risolto, coinvolge e mostra un’invidiabile tenuta dall’inizio alla fine.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER