Hotel du Lac

Hotel du Lac
Sulle rive di un brumoso lago svizzero riposa l'Hotel du Lac: silenzioso come un vecchio signore, discreto come una signorina d'altri tempi, accoglie esuli della vita e qualche business man di passaggio. Oltre le persiane laccate, dietro le tende immacolate, alcuni “fortunati” godono il lusso di una pausa fuori stagione, recitando con dignità la propria parte: che siano afflitti, solitari, malati, l'hotel è una madre accogliente e riservata, dalle braccia sempre aperte. A trovare ospitalità in questo rifugio ginevrino dove è facile incontrare la tristezza al bar in tarda mattinata, è Edith Hope, scrittrice inglese specializzata in storie scritte col pennello intinto nel rosa degli affetti: una donna sobria, seria, senza grilli per la testa, che della somiglianza fisica con Virginia Woolf può fare gran vanto. Con abiti di buon taglio e modi garbati, Edith quasi scolora sullo sfondo di un elegante mobilio color "vitello troppo cotto": la sua storia, ammesso che, donna senz'ombre, possa averne una, fa un passo indietro e lascia la ribalta alle voci degli altri sparuti ospiti. Perché se fuori l'autunno dissemina le foglie morte lungo la strada (che l'inverno non smarrisca la via, nemmeno questa volta), nell'Hotel du Lac scivolano a terra le riserve dei nevrotici di lusso: come la signora Pusey, anziana vedova più ricca d'autostima che d'amici, con pingue e molle figlia al seguito; il signor Neville, che per strappare Edith al silenzio ricorre alla sfacciata arma della provocazione; infine Monica, spedita all'hotel come un indesiderato pacco postale, nella speranza (per il marito) di ritornare in dolce attesa. A tutti loro, entrata nel cerchio magico della confidenza, Edith Hope ruba qualcosa (un sospiro, un'indignazione, una macchia di caffè): per ricostruirla di nuovo, a modo suo, nelle lunghe lettere indirizzate all'unico, impossibile amore lasciato a Londra. C'è infatti una cosa che Edith sa fare, e bene, oltre mandare a monte i piani sentimentali altrui: scrivere. E sarà forse proprio aggrappandosi alle bozze del prossimo romanzo che saprà, con ironia ed intelligenza, inventarsi un modo del tutto personale di essere donna...
L'Hotel du Lac è il luogo in cui ci si vorrebbe rifugiare negli sconclusionati momenti di sconforto: lontano quanto basta per ritrovarsi, poi, "qui", spazio solitario e riparato nel labirinto delle nostre esistenze. L'autrice, Anita Brookner, inglese come la protagonista Edith, con questo libro ha vinto nel 1984 il Booker Prize, aggiudicandosi il plauso della critica e la devozione dei lettori. Hotel du Lac, dunque, breve romanzo a metà strada tra manuale di bon-ton e antitesi al femminismo più "cruento", deve probabilmente il suo successo ad una manciata di fortunati elementi: pochi e ben delineati personaggi, uno scenario remoto, una trama dove quasi nulla accade, tutta psicologia e sentimenti. Le cose, infatti, all'Hotel du Lac, non accadono perché sono già accadute da qualche altra parte: qui si viene con un passato carico di zavorre, nell'illusione che la distanza dai luoghi familiari possa essere fuga dai propri fantasmi, che la solitudine metta alla prova rendendoci, una volta tanto, vincitori e non vinti. L'hotel del romanzo è il vero protagonista della narrazione, dietro le cui porte, chiuse al mondo esterno, si rimarginano ferite provocate da un Cupido distratto: per un amore appassito, mai nato, perso. Anita Brookner è brava nell'offrire un libro onesto se non travolgente: la scrittura è sottomessa alle regole dell'etichetta (primo: accompagnare il lettore in un viaggio riposante per la mente e gli occhi), e da donna scrive un romanzo per donne, sulle donne, sviscerandone i dubbi, i pensieri comuni a molte e pur sempre taciuti. La parola d'ordine, nello stile, è "decoro", per la Brookner quanto per Edith: un personaggio la cui vita sentimentale, divisa tra un uomo in procinto di sposare perché così deve essere, alla sua età, e un altro amato davvero ma stretto dai lacci di un rapporto ufficiale e rispettabile, conosce le scosse senza seguito della passione fedifraga: bene al riparo, però da qualunque autentica rivoluzione, e dalle eroine romantiche dei suoi fortunati libri. Hotel du Lac racconta, senza cortei e rivolte, risparmiando reggiseni alla fiamme, come si possa pensare ed immaginare un modo nuovo d'essere l'altra metà del cielo: in maniera ragionata, ponderata, equanimemente distante dalla femme fatale tutta svenimenti e dalla virago priva di arrendevolezza. Lasciando il principe azzurro a piedi, senza però prima avergli offerto una buona tazza di tè. 

 

 

 

 
 
 
 
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