I bambini di Svevia

I bambini di Svevia

Edna ha novant’anni, un giardino fin troppo rigoglioso e un simpatico pappagallo di nome Emil. Sola e senza figli, con solo l’aiuto della signora Adele, rischia di passare gli ultimi anni che le restano in una casa di riposo. Un giorno, però, l’arrivo settimanale della sua rivista preferita, “Stern”, diventa provvidenziale: tra le pagine, Edna scopre un pezzo della sua infanzia. Jacob, l’amico che l’aveva salvata quando era solo una bambina, è in ospedale a causa di una frana. È come se gli ultimi ottant’anni non fossero mai passati: il tempo si restringe e si dilata allo stesso tempo, finché Edna capisce che c’è solo una cosa che può salvare Jacob: una vecchia promessa da mantenere. Sì, perché quando erano solo dei bambini, entrambi erano stati venduti insieme ad altri bambini di Svevia, un gruppo di povere anime costretto a lavorare nelle fattorie per non pesare sul bilancio familiare. Jacob, pur chiamandola sempre “pappamolla”, aveva reso sopportabile un’esperienza infernale, architettando una fuga per tutti e tre: lui, Edna ed Emil, il suo pappagallo. Per questo Edna decide di partire, per restituire l’esotico animale al suo legittimo proprietario, seguendo la cartina che il bambino aveva disegnato a dieci anni: 500 km tra Trentino, Austria e Germania, fino a raggiungere l’ospedale di Ravensburg…

Fin dalle prime pagine, il viaggio descritto dalla Casagrande mi ha riportato alla mente un libro che, a suo tempo, avevo amato. Anche in quel caso – L’imprevedibile viaggio di Harold Fry – il protagonista è un vecchio signore che, nonostante l’età, decide di attraversare la Scozia pur di rivedere una vecchia amica che sta morendo. In entrambi i casi, tutto si basa sull’amicizia, sui buoni sentimenti che nascono da bambini. Il rapporto tra Edna e Jacob, che il lettore scopre nei vari flashback, è pulito, puro come lo sono i bambini, nonostante il contesto terribile in cui nasce. Un ambiente saturo di violenza, ingiustizie, sfruttamento minorile e scomparse misteriose. È quel legame che la spinge a oltrepassare i suoi evidenti limiti fisici pur di onorare la promessa fatta una vita prima, sfidando i pregiudizi di chiunque la incontri. Ognuna delle persone che Edna incontra nel corso del suo viaggio ha una storia da raccontare: tutti hanno perso qualcosa, tutti hanno deciso di mettersi in cammino per sfuggire a qualcosa – o qualcuno – che li fa soffrire. Ogni incontro arricchisce Edna e la porta a nuove consapevolezze, ogni persona la spinge a continuare in quell’avventura potenzialmente letale, fino a generare un vero e proprio fenomeno social. Lo stile della Casagrande è accurato, anche considerando che l’autrice stessa ha intrapreso l’itinerario di Edna, alla ricerca di fonti di prima mano sui bambini di Svevia. Per tre secoli, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, centinaia di migliaia di bambini si sono ritrovati a dover intraprendere un viaggio spaventoso in mezzo ai boschi, al seguito di un adulto responsabile. Ma chi erano questi bambini e perché non ne abbiamo mai sentito parlare? I bambini di Svevia, di età compresa tra i 5 e 14 anni, erano provenienti da Alto Adige, Svizzera e Austria, venduti dalle famiglie a proprietari terrieri dell’Alta Svevia. Bambini cresciuti in mezzo alla miseria, in famiglie che non avevano soldi per sfamarli e che preferivano venderli come animali al macello invece che cercare di trovare una soluzione. In realtà, più che di lavoro si trattava di sfruttamento: i bambini e le bambine erano sottoposti a sforzi ben maggiori di quelli che potevano sopportare e, nei casi di povertà estrema, non rivedevano mai più i genitori. I bambini di Svevia venivano usati come contadini o veri e propri schiavi, abbandonati in condizioni igieniche terribili e, in caso di malattia, lasciati morire. Un orrore passato pressoché inosservato per anni e riportato alla luce dalla Casagrande, originaria dell’Alto Adige. Una pagina di storia mai venuta alla luce, che porta con sé una consapevolezza dolorosa: quanto siamo disposti a sacrificare pur di quattro soldi? La storia di Edna vi terrà incollati alle pagine come il migliore dei film, facendo venire voglia di viaggiare anche al più pigro degli esseri umani. Perché, come sostiene uno degli amici viaggiatori della vecchia signora, “[si viaggia] perché stare nello stesso posto a volte diventa insopportabile”.



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