I campi di maggio

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Comincia – anzi, ricomincia – tutto con una foto. Vi sono ritratti dei compagni di liceo romani, annata 1972-1973, “l’espressione scanzonata e ironica”, giovani puledri che corrono a occhi chiusi verso il futuro. Riccardo che fantasticava su storie con uomini sposati, Giancarlo con le sue crisi di panico e le sue paranoie, Giulio che suonava la chitarra da dio, Massimo con la sua risata da popolano, Neno che sapeva tutto di tutti. Un gruppo di amici come tanti, pomeriggi interi passati a immaginare porcate sulle compagne di classe facendo finta di non soffrire un po’ o ad ascoltare dischi. Un momento tenero e magico che era finito presto, però. Già all’inizio del 1974 i rapporti tra i ragazzi della V D erano diventati tesi, c’era una tristezza di fondo che gravava su quell’ultimo anno di liceo come una cappa. Antonio era innamorato di Manuela, lei faceva finta di non essersene accorta, di essere confusa, ma in realtà aveva capito benissimo. “Devi lasciarmi andare, Antonio”, gli sussurra la sera del 25 maggio ad una festa. Dice di volergli bene ma di non potere dargli di più. Dice che ha bisogno di tempo, che lui non può e non deve aspettarla, deve andare all’università. E Antonio non dice nulla, la lascia andare. Due giorni dopo a Brescia esplode una bomba, fa una strage. Il Paese precipita nel buio. Antonio attraversa quel buio come studente universitario: fa tante cose, conosce tante persone. Conosce anche Andrea, il ragazzo più simpatico del Collettivo di Fisica, e Silvana, compagna di tante passeggiate e chiacchierate. Muoiono entrambi nel 1975: Andrea decapitato da un treno in Francia, Silvana trafitta da un colpo di pistola al petto in un pratone lurido di periferia. Quarant’anni dopo, Antonio Delle Piane è un giornalista di 58 anni: un esperto cronista di nera, un artigiano della parola, disincantato quanto basta, rassegnato non abbastanza. Tormentato dai ricordi, decide di indagare su quelle due morti, forse segretamente legate tra di loro…

Nuovo e riuscitissimo esempio del (ri)trovato gusto dei narratori italiani per la fiction politica, che si fa quasi docufiction tanto è conficcata profondamente nel ventre molle della cronaca (soprattutto – un dato statistico che la dice lunga sulla nostra storia quasi recente e sul nostro immaginario collettivo – quella degli anni di piombo), I campi di maggio è – lo spiega lo stesso autore nella nota in esergo – un ibrido tra realtà e finzione. Personaggi realmente esistiti e no recitano sullo stesso palcoscenico, nomi reali si affiancano a nomi fittizi, fatti accaduti davvero e fatti che sarebbero potuti accadere si susseguono, vero e verosimile si intrecciano suggerendo al lettore nuovi punti di vista: non solo sui casi giudiziari al centro del plot, ma anche su di un periodo storico che ha ancora qualche angolo buio da illuminare. I campi di maggio è quindi, come si intuisce, opera complessa e segna la maturità del giornalista Igor Patruno come romanziere: noir, romanzo di formazione e memoir impastati assieme in una materia magmatica non facile da maneggiare che però l’autore governa con malinconica autorevolezza. Lo sguardo di Patruno sulla tragica parabola dei NAP (Nuclei Armati Proletari) non è complottista né nostalgico, non è l’inchiesta o lo scoop a orologeria quello che gli interessa: piuttosto usare una storia degli anni di piombo per riflettere sulla morte, sull’identità, sulla memoria, sui rimpianti e sì, persino sull’amore. Splendida la copertina, una foto di Enrico Scuro scattata al Parco Lambro di Milano durante uno dei celebri festival organizzati da “Re nudo”.



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