I cani di Riga

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Febbraio 1991. Su di un peschereccio al largo delle coste svedesi un uomo di nome Holmgren impreca contro il bollettino meteo: sta iniziando una fitta nevicata che promette di peggiorare di molto la visibilità, un grave problema visto l’antiquato radar montato sul battello. Il suo socio, Jacobson, dorme steso su una piccola branda: è quasi ora di svegliarlo, tra poche ore saranno a Brantevik. I due uomini sono contrabbandieri, trasportano dalla Germania alla Svezia computer, telefoni cellulari e autoradio. Holmgren ha calcolato che gli basteranno soltanto altri cinque viaggi per avere denaro sufficiente per realizzare il suo sogno, aprire un bar a Porto Santos o su qualche altra spiaggia esotica. Mentre scalda una tazza di caffè per lui e per Jacobson scorge un canotto rosso di salvataggio alla deriva. I due contrabbandieri decidono di agganciarlo, è un oggetto che vale bei soldini. Ma quando il canotto è quasi attaccato al peschereccio, si accorgono con orrore che non è vuoto. Contiene infatti due cadaveri. Due strani cadaveri. Giovani uomini vestiti da sera, in giacca e cravatta, dai volti grigi e tumefatti. Holmgren e Jacobson diventano molto nervosi: questa storia rischia di farli scoprire dalla polizia. Decidono quindi di rimorchiare il canotto per un po’ e poi mollarlo in modo che finisca sulla costa svedese e qualcuno lo trovi. E uno dei due contrabbandieri, tornando a casa, fa anche una telefonata anonima alla polizia per avvertirli del misterioso canotto. La mattina successiva poi il mare deposita il suo macabro regalo su una spiaggia di Ystad, vicino Mossby. Il commissario Kurt Wallander si reca sul posto: i corpi dei due uomini, che cominciano a puzzare, presentano entrambi una ferita d’arma da fuoco all’altezza del cuore. Da dove arrivano quei cadaveri e da chi sono stati uccisi?

Nel gennaio del 1991, i cittadini di Riga, capitale della Lettonia, salgono sulle barricate per ottenere l’indipendenza dall’URSS. Studenti, lavoratori, persino famiglie con bambini dormono per giorni in piazza, con uno stato d’animo a metà tra la paura e l’esaltazione. Il Cremlino dà l’ordine di reprimere la rivolta e quindi gli Omon, i reparti speciali antisommossa sovietici, intervengono con durezza causando cinque morti, smantellando le barricate e riportando l’ordine in città. Ma ormai l’URSS sta crollando, e nell’agosto del 1991 la Lettonia torna indipendente dopo ben cinquant’anni di occupazione sovietica. È proprio nel bel mezzo di questi avvenimenti epocali che Henning Mankell scrive (e ambienta) questo secondo capitolo della saga di Kurt Wallander. Una scelta forse incauta, come ammette lo stesso Mankell nel suo Poscritto: “(…) Scrivere un libro nel quale l’azione ha luogo in un ambiente estraneo è di per sé un progetto complicato. Ma diventa ancora più problematico quando l’azione si svolge in un panorama politico e sociale dove nulla è chiaramente definito”. Il romanzo in effetti paga lo scotto di una certa imprecisione e di una lettura degli eventi un po’ troppo schematica e semplicistica. A salvarlo solo la figura di Wallander, poliziotto “umano, troppo umano” a cui è difficile non affezionarsi e che vivrà per fortuna nel prosieguo della saga avventure ben più consistenti dal punto di vista narrativo.



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