I capelli di Harold Roux

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È un luminoso mattino di primavera degli anni ’70 nel New England. Dietro alla sua scrivania, nel suo studio ingombro oltre l’inverosimile (“libri, pile di vecchie bozze, tagliacarte, matite, penne, una macchina da scrivere, dizionari, scaffali di vecchi e nuovi trimestrali, cataloghi, incunaboli, (…) documenti, lettere e pagine di manoscritti, (…) i suoi cinque libri nelle diverse edizioni e traduzioni”), Aaron Benham riflette, una sigaretta spenta che gli pende dalle labbra. Insegna Letteratura inglese al college ma si è preso un anno di aspettativa per scrivere un romanzo. Sua moglie è al supermercato, i bambini sono a scuola, ci sono almeno dieci cose urgenti che lui dovrebbe fare per la casa ma non ha né forza né voglia di fare. Squilla il telefono. È una signora, dice di chiamarsi Louise e di essere la madre di Mark Rasmussen, un suo studente. Da tre settimane in classe non si fa vedere, i suoi compagni di stanza sembrano non saperne nulla, il preside ha consigliato di chiedere a Benham che in quanto tutor di Mark, bla bla… La voce frenetica e piagnucolosa della donna lo disgusta: “Ho preso un anno sabbatico”, spiega alla signora, “quest’anno Mark ha un altro tutor, il professor Parker”. Solo un legame burocratico, lo avverte la donna: vuoi mettere il rapporto profondo che il ragazzo aveva con Aaron! Il professore è costretto a promettere che raccoglierà informazioni, si fa lasciare il numero della famiglia Rasmussen e spiega che si farà vivo appena avrà notizie. Attacca. Davanti a lui c’è un quaderno, gli appunti per il romanzo che sta cercando di scrivere da tanto tempo. Oddio, appunti. C’è solo il titolo, per ora: I capelli di Harold Roux. Non si è ancora schiodato da lì. Il telefono squilla ancora: Aaron è tentato di non rispondere, ma poi lo fa. È Helga, la moglie del suo migliore amico, George. Lo chiama di nascosto perché George è a pezzi: non riesce a finire la tesi di dottorato, ma se non la consegna entro agosto perderà il lavoro. La voglia di vedere il suo amico e il corpicino della moglie (che lo ha sempre fatto andar su di giri) fa decidere Aaron: andrà subito a trovarli. Prima di uscire, lascia un bigliettino a sua moglie…

Questo romanzo, pubblicato nel 1974 negli Usa (ma finora inedito in Italia, come del resto l’intera produzione di Thomas Williams, altri otto romanzi e molti racconti, pubblicati negli anni da testate quali “Esquire”, “New Yorker”, “Saturday Evening Post”) si è aggiudicato nel 1975 il National Book Award per la fiction ex aequo con I guerrieri dell’inferno di Robert Stone. Un riconoscimento prestigioso ma che prese di sorpresa la critica statunitense di allora, tanto che nell’articolo del “New York Times” sulla premiazione si arriva addirittura a definire I capelli di Harold Roux “a novel that nobody had read. Nobody”. Un libro timido come timido fu il suo autore, che dopo un non indimenticabile discorso proprio alla serata del National Book Award sparì virtualmente dai radar, proseguendo la sua carriera in silenzio fino alla morte prematura, avvenuta nel 1990, a soli 63 anni, per un tumore ai polmoni. Perché questo romanzo dovesse essere sottovalutato in modo tanto pervicace e finanche villano, resta però un mistero. Siamo dalle parti della grande narrativa statunitense contemporanea, impossibile non pensare a John Cheever o a Philip Roth leggendo i tormenti di questo professore che tenta di nobilitare un’esistenza abbastanza grigia – sebbene si stia parlando di upper class, come quasi sempre in questi casi – partorendo una storia che sappia divenire un antidoto allo squallore del disordine, alla maledizione della noia. La tentazione di fare l’equazione Thomas Williams=Aaron Benham è costantemente in agguato durante la lettura, e certo il fatto che ci sia un romanzo nel romanzo che ne condivide pure il titolo non ci aiuta a liberarci di tale tentazione con molta facilità. Bello né più né meno di tanti libri celebrati come capolavori negli ultimi decenni (non sempre ragionevolmente), I capelli di Harold Roux senza alcun dubbio non meritava il suo destino di oblio in patria né a maggior ragione di non essere tradotto in italiano. Alla prima ingiustizia non è ormai possibile porre rimedio, alla seconda ci ha pensato Fazi: e di questo lo ringraziamo.



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