I centonovantanove gradini

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Whitby, Yorkshire. L’archeologa Siân, impegnata in una importante campagna di scavi nel cimitero della locale antica abbazia, ha solo trentaquattro anni ma è già segnata dalla vita. Non ha più la gamba sinistra, sostituita da una protesi russa di legno troppo pesante: le è stata amputata in Bosnia qualche anno prima quando è stata investita da un’automobile guidata da un ragazzino ubriaco. Si trovava nei Balcani al seguito del fidanzato di allora, giornalista inviato al fronte che solo un mese dopo è stato ucciso da un cecchino, non prima di aver mollato Siân senza pietà perché convinto che “non avrebbe mai funzionato tra lui e una disabile”. Siân alloggia al “White Horse and Griffin Hotel” e tutte le notti fa lo stesso sogno: un uomo possente che la soverchia, la accarezza, la domina e la seduce sussurrandole parole dolci all’orecchio, per poi subito dopo sgozzarla e decapitarla. La donna si sveglia già stanca, consumata dall’inquietudine: tra l’altro da qualche tempo le è spuntata una strana protuberanza sulla coscia che le duole ogni giorno di più, ma che lei non ha nessuna intenzione di far vedere a un medico perché dopo l’amputazione ha giurato a se stessa di non mettere mai più piede in un ospedale. Per raggiungere gli scavi Siân deve salire centonovantanove scalini di pietra che nelle sue condizioni sono una questione abbastanza faticosa: mentre è ferma a riprendere fiato una mattina incontra un uomo che fa footing per gli scalini al fianco del suo cane. È un uomo atletico e bellissimo, e appena lo vede la donna non può fare a meno di pensare: “Lo voglio, lo voglio, lo voglio”…

Nell’estate del 2000 lo scrittore Michel Faber è stato ospite assieme alla compagna dell’abbazia di Whitby per raccogliere il materiale necessario a scrivere un racconto ispirato agli scavi dell’English Heritage in corso sul posto. Si tratta di una cittadina suggestiva, situata su un’incantevole tratto di costa inglese, la cui attrattività turistica ruota attorno a due figure molto diverse tra loro: la badessa, mistica e santa Hilda, che rese l’abbazia un centro culturale di grande importanza nel buio del Medioevo, prima che venisse distrutta dai vichinghi, e il conte Dracula, che nel romanzo di Bram Stoker sbarca in Inghilterra proprio qui e che la superstizione locale vuole sia l’occupante di una tomba senza nome. I 199 scalini del romanzo di Faber esistono davvero, e non è raro sentire i turisti contarli mentre li salgono più o meno faticosamente recandosi alle rovine dell’abbazia. Nel 2005 – successivamente quindi all’uscita di questo libro – ci fu il primo vero restauro della antica scalinata dal XIX secolo: per raccogliere fondi ogni gradino è stato “sponsorizzato” da un privato (prevalentemente abitanti di Whitby) con una donazione di 1000 sterline. La centralità culturale e sentimentale per la gente del luogo di questo percorso verso l’abbazia non è solo testimoniata da questo commovente slancio, ma anche ben illustrata nel libro di Faber: per secoli la gente ha portato in spalla le bare dei propri cari salendo lentamente quei gradini per raggiungere il cimitero accanto all’abbazia, e lo stesso fa Thomas Peirson, il baleniere e commerciante che nel vibrante e fascinoso “manoscritto ritrovato” all’interno del romanzo libera la sua coscienza in punto di morte rivelando il suo “delitto” (non specifichiamo quale per evitare spoiler) in quello che è senza dubbio il momento più felice e riuscito de I centonovantanove gradini, che nel complesso invece è poco felice e non del tutto riuscito. È come se le figure della protagonista – una tormentata archeologa traboccante di nevrosi, dolori e desiderio sessuale che sembra uscita dalla penna di Elfriede Jelinek – e di Peirson fossero le uniche a colori su uno sfondo grigio, appena abbozzato.



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