I cinque

I cinque
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Primi anni del 1900. La città di Odessa, sulle coste del Mar Nero, vive il suo maggior fermento culturale ed economico. Le giornate scorrono serene per la famiglia di Ignac Al’bertovič, commerciante ebreo, e sua moglie Anna Michajlovna Mil’grom. La loro dimora, emblema della borghesia ebraica, è allietata dai cinque figli: la vivace Marusja riceve ogni giorno schiere di spasimanti; il figlio maggiore Marko, cerca coi suoi modi ingenui uno scopo nella vita e si appassiona a una causa dopo l’altra; Lika schiva ospiti e parenti, chiusa nella sua stanza spartana rimugina su rivoluzioni e libertà, pronta a scendere in piazza e rischiare l’esilio; lo scapestrato Serȅža si gode la vita con le sue rime giocose e gli imbrogli che organizza per arraffare un po’ di denaro; infine Torik, il più giovane, dedito solo allo studio e a compiacere la madre. La diffidenza verso gli ebrei è sentita, ma non ha ancora raggiunto l’apice. L’esercito zarista non esita a reprimere ogni forma di dissenso e occorre muoversi con attenzione per le vie della città. La censura stabilisce cosa debba essere pubblicato sui giornali e tiene d’occhio i circoli studenteschi. Un focolaio che si nutre di idee nuove e desiderio di rivalsa ed è pronto a esplodere appena l’occasione si presenta. È il 1905 e il destino di molti a Odessa sta per essere segnato, la corazzata Potёmkin attracca al porto col suo carico di marinai scontenti…

L’amore verso la città di Odessa, dove è nato nel 1880, ha spinto Vladimir Jabotinsky, autore di racconti e poemi, alla stesura del romanzo I cinque, nella descrizione di un mondo variopinto e cosmopolita, uomini e donne proiettati verso il futuro, in cerca di stabilità e libertà. La voce narrante è quella di un giornalista che, con lo sguardo rivolto al passato, racconta gli eventi che hanno condizionato la vita degli ebrei e in particolare della famiglia Mil’grom, i pogrom e la russificazione. I cinque rampolli sono il simbolo della disgregazione che ha colpito la borghesia ebraica, preludio al vagare di un popolo sempre in balia degli eventi. Sconvolto dalla brutalità del pogrom di Kišinёv del 1903, la lotta di Jabotinsky a favore del sionismo e della difesa di un’identità nazionalista contro ogni tipo di assimilazione culturale, è stata incrollabile. Una figura intellettuale complessa, padre spirituale della destra israeliana, la sua memoria ha ritrovato una collocazione di prestigio alla fine degli anni ’70, in seguito al trionfo politico di Menachem Begin. Rifugiatosi in Italia, da lui molto amata e presentata anche nel romanzo, negli anni trenta si era mostrato inizialmente entusiasta dell’opera politica di Mussolini. Jabotinsky è caduto per lungo tempo nell’oblio a causa delle sue idee politiche, ma il suo contributo per la nascita dello Stato ebraico in Palestina è innegabile. Il romanzo è un’opera dal sapore malinconico, nostalgico, presenta un’interessante Postfazione e numerose note esplicative e rende omaggio a un testo che in Italia ebbe già una prima traduzione nel 1936.



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