I compagni di settembre

I compagni di settembre
Provincia di Como, settembre 1943. All'indomani dell'armistizio che ha lasciato un'intera nazione abbandonata al proprio destino, confusa e disorientata, un giovane pittore milanese abbandona Milano, sua moglie e il figlio appena nato per raggiungere un piccolo gruppo di partigiani nascosti sulle montagne al confine con la Svizzera. La determinazione e il coraggio di Filippo nello scegliere di schierarsi e poi diventare partigiano fanno da sfondo al suo viaggio verso i paesi del lago e poi alla risalita dei sentieri di montagna, fino all'unione con il piccolo gruppo di uomini decisi a guastare, coi pochi mezzi a disposizione, l'opera dei fascisti e dei tedeschi presenti sul territorio. Sospesa nel cielo azzurro di un settembre sempre più freddo, come un drappo funebre e un sipario, la sensazione di smarrimento di un popolo lasciato solo dai vertici politici e militari. In quest'atmosfera rarefatta e incerta, fidarsi di qualcuno è difficile e pericoloso se non addirittura impossibile, perciò ci si muove cauti, con parole soppesate e con la speranza che nessuno tradisca. Dopo i primi contatti, la salita alle baite più alte e poi gli scontri a fuoco, i primi morti e successivi rastrellamenti per punirne gli autori. Filippo, nelle veglie di guardia o in cammino tra i boschi, si domanda se riuscirà a non avere paura e se, davanti alla morte, saprà trovare il coraggio di non abbassare lo sguardo...
Scritto nel 1944 e recentemente ripubblicato nel settantesimo anniversario dell'inizio della Resistenza, I compagni di settembre può essere definito come uno dei primi romanzi partigiani, scritto con la poesia e la rabbia di un testimone di quegli anni terribili, pieni di paura, speranza e sconforto mischiati insieme. Le pagine sono permeate da quel senso di abbandono che i giovani di allora devono aver provato, la frustrazione dell'immobilità, dell'indecisione delle più alte cariche dello Stato e poi la scelta pericolosa di diventare partigiani e sparire, sperando che le famiglie non avrebbero poi pagato la scelta fatta. Vigevani, scomparso nel 1999, è stato uno dei più importanti scrittori milanesi del '900 e lo si capisce anche dalla capacità di raccontare una persona, un'azione, un sentimento. “Dovunque fossi stato, mai un luogo mi restava straniero; venuta notte, ripetendo atti uguali e pensieri simili, m'accorgevo d'essere sempre con me.” Oppure, “Non lo guardavo, perché temevo che s'accorgesse del mio esame. Ricreavo in me la sua immagine e la fissavo avidamente. Un uomo così lo si può ammirare, lo si può seguire, non mi pareva possibile amarlo.”  Il libro, con uno stile neorealista puro, impone una riflessione storica, morale, che ci fa pensare a noi stessi e alla nostro modo di vivere attuale, che ha parametri che non ci permettono di comprendere quello che accadde dopo l'armistizio. E non è solo l'argomento trattato, ma è soprattutto la qualità della scrittura di Vigevani che mi fa dire che libri come questo (veloci da leggere, eppure importanti e poetici allo stesso tempo) sarebbero utile lettura per gli studenti del nuovo millennio. 

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER