I delitti della Medusa

I delitti della Medusa
Luglio 1300. Il priore di Firenze Durante 'Dante' Alighieri - eletto per soli due mesi alla guida del potere esecutivo tra invidie, veleni, odi e segreti e sotto l'ombra sempre più oppressiva del papato - viene svegliato in piena notte dal bargello, bardato di tutto punto in armatura: nel cantiere del nuovo Palazzo dei priori ancora in costruzione è stato trovato un cadavere. L'assassinio non è certo un evento raro, in quei tempi. Ma in quella morte non c'è nulla di consueto: il corpo nudo e decapitato della bellissima Vana del Moggio, compagna e musa del cantore Casella, amata per la sua voce (e non solo) da mezza Firenze - Dante compreso - è appeso a una grande scultura di legno fatta costruire per la prevista incoronazione dell'imperatore Alberto I in San Pietro e poi messa lì in un angolo dopo la rinuncia del sovrano, in attesa di tempi migliori. Sconvolto, Dante avoca a sé il compito dell'investigazione criminale: non permetterà a qualche sbirro superstizioso e ignorante di ficcare il naso in una vicenda che lo tocca così da vicino. E ancora più da vicino di quanto non sospetti, scopre Alighieri il giorno seguente interrogando la vecchia Amina, la schiava saracena che governa la casa di Guido Cavalcanti, poeta e filosofo, amico fraterno di Dante. La bella cantatrice assassinata la sera prima aveva a quanto pare partecipato a una cena segreta in casa di Cavalcanti, in compagnia di Casella, di Gianni Alfani, di Filippo Argenti, di Lapo Gianni, di Martino da Vinegia: poeti, gente d'arme dalla dubbia sessualità, pensatori in odor d'eresia, scienziati. Perché questa insolita riunione? E qual è stato il ruolo di Vana del Moggio? Dante si convince ben presto che nella risposta a queste domande sta la soluzione dell'enigma...
Il corpo di una donna bellissima con al posto della testa una scultura di bronzo raffigurante Medusa che viene inumato in una tomba di marmo finemente cesellato nel pavimento di una chiesa: sta in questa immagine il senso estetico e la chiave del plot 'giallo' del romanzo con il quale Giulio Leoni si è aggiudicato il Premio Tedeschi e la pubblicazione nella prestigiosa collana Il Giallo Mondadori nel 2000. Un libro originale e appassionante,  primo capitolo della saga dedicata a un Dante Alighieri qui nelle insolite vesti di detective. Eppure nella vicenda narrata da Leoni c'è meno fiction di quanto un lettore non preparatissimo sulla storia del sommo poeta possa credere: Dante Alighieri infatti ebbe un'attività politica molto intensa, che nel bimestre giugno-agosto 1300 lo portò a ricoprire la carica di priore di Firenze. Una Firenze che era esattamente nelle condizioni in cui la descrive il romanzo: minacciata dalle mire espansionistiche di papa Bonifacio VIII (il famigerato papa Borgia) e del cardinal Matteo D'Acquasparta suo legato, ferita da cospirazioni, percorsa da tensioni fortissime tra diverse fazioni politiche. Fu proprio quest'ultimo aspetto, ci dice la Storia, a causare l'esilio di Guido Cavalcanti, suggerito da Dante alle autorità malgrado si trattasse del suo migliore amico. Leoni non fa altro che immaginare un complotto fascinoso e intricato che faccia da retroscena alternativo a questo drammatico passaggio storico, e lo fa con stile elegante, riferimenti colti ma non libreschi, creatività frizzante, senso del ritmo. Lo aiuta in questa impresa (sulla carta ardua, ma ampiamente riuscita) la potenza del personaggio Alighieri, che però l'autore sa sfruttare con misura e senza cadere mai nel macchiettistico. Se il buongiorno si vede dal mattino, questa promette di diventare nei prossimi anni una delle saghe più interessanti della storia della narrativa di genere italiana.

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