I demoni

I demoni
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Serpeggiano carichi di veleno pensieri e intenti sovversivi nella Russia della seconda metà dell’Ottocento. Crescono nell’ombra cellule terroristiche, che si preparano a deflagrare con violenza. Non si tratta solo di fermenti politici, ma di una deriva esistenziale e morale che Nikolaj Stavrogin incarna nel più abbietto e perfetto dei modi. Questo giovane rampollo della buona società comincia a dare scandalo mentre è ancora un promettente ufficiale della Guardia a cavallo. Le sue insolenze sono inaudite e senza ragione, la sua selvaggia sfrenatezza lo fa offendere e malmenare più d’una persona altolocata. Pure le sue frequentazioni sono disdicevoli: gente volgare, ubriaconi maneschi, membri di sette socialiste. Il fatto è che il suo animo è guastato dalla noia, da un’ironia malsana, dal disgusto di sé e del mondo, dall’incapacità di indirizzare in modo positivo il suo ascendente e la sua forza interiore. Non si spiegherebbe altrimenti il suo matrimonio (bianco) con una povera zoppa demente, Marja Lebjadkin: una beffa e una condanna che si è inflitto da solo, avendo però cura di non farne trapelare nulla. Il segreto dura fino a quando il fratello di Marja, il brutale capitano Lebjadkin, la scova nel lontano monastero dove è tenuta sotto “amichevole sorveglianza” e la prende a vivere con sé, nella stessa città dove abita la madre di Stavrogin, Varvara Petrovna. La notizia, prima solo sussurrata attraverso pavide lettere anonime, comincia a circolare. Anche Liza, innamorata di Nikolaj, viene a sapere ciò di cui si vocifera e la scoperta di quel legame disonorevole segna il principio della sciagura...

Fëdor Dostoevskij inizia I demoni con il registro dell’ironia facendo entrare in scena per primo Stepan Trofimovič, prototipo dello scrittore velleitario e romantico con tendenza all’autocommiserazione, rintanatosi sotto l’ala di una facoltosa patrocinatrice della cultura (nella fattispecie Varvara Petrovna). Da qui dispiega una serie di figure di straordinaria autenticità usate in modo caricaturale per rivolgere un’acre critica sia ad alcuni nomi celebri del suo tempo sia ai pericoli insiti nel nichilismo, che Ivan Turgenev aveva fatto conoscere al pubblico con il suo Padri e figli. Pëtr Verchovenskij, parolaio biforcuto, infido e intrigante, è la feroce parodia del rivoluzionario. Ma è Stavrogin il centro propulsore della vicenda, il demone più pericoloso, quello che scaglia l’idea e lascia che altri la eseguano, che non ferma gli assassini pur sapendo che uccideranno, macchiandosi ben più di loro le mani di sangue. Stavrogin porta all’altare “un’idiota entusiasta” innamorata di lui alla follia solo perché il pensiero delle nozze con una creatura così infima solletica i suoi nervi. Stupra una bambina e dopo, intuendo che lei sta andando ad impiccarsi, resta fermo, impassibile, aspettando che il dramma si compia. Tutto questo lo fa lucidamente, consapevolmente, motivato da qualcosa di peggio della malvagità. Il suo è il comportamento di chi non riconosce alcuna distinzione di bellezza fra il bene e il male e da tale confusione estetica è trascinato nel baratro etico. In lui c’è, spinto alle estreme conseguenze, il seme malvagio che Charles Dickens aveva fatto germinare in James Steerforth, l’amico del cuore di David Copperfield: stessa infanzia viziata, stessa genitrice ciecamente adorante, stesso carisma sprecato, stessa intemperanza. Ovviamente, quanto a bassezza, Stavrogin va ben oltre Steerforth perché la sua negatività è filosofica prima che realistica e deriva dalla negazione di Dio. Al pari degli altri grandi capolavori dostoevskijani, infatti, anche I demoni è un romanzo intimamente metafisico che mostra come, venendo meno il divino, ogni cosa diventi legittima. È l’anticipazione del monito “se non c’è Dio, tutto è permesso” che risuona ne I fratelli Karamazov e profetizza, col crollo di ogni limite, la possibilità teorica di qualsiasi nefandezza. Mentre i demoni, senza un Assoluto a legittimare i principi fondamentali, si sentono autorizzati a perpetrare i propri misfatti e diffondono odio e rovina.



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