I diabolici

I diabolici
Fernand Ravinel è davanti alla finestra. Scosta la tenda. La nebbia è sempre più fitta. Nel porto c’è un cargo, con gli oblò illuminati. Sulla nave stanno ascoltando della musica con un grammofono. Non può essere un altro supporto: dopo circa tre minuti, ogni volta, il brano cambia. Tra l’uno e l’altro, un attimo di silenzio. Il tempo di girare il disco. Speriamo che dall’imbarcazione non si accorgano di Mireille, dice. Cosa dovrebbe importargliene, replica Lucienne. Sotto, la città. Baluginante di umidi riverberi. Lucienne è nella piccola stanza – undici passi, dalla finestra alla porta – con Fernand. Ha insistito perché si mettesse la vestaglia. Gli ha apparecchiato la tavola. Ha pensato a tutto, anche perché Fernand si comporta quasi come se non la conoscesse, sua moglie. Come può credere, per esempio, che non si insospettisca vedendo la vasca già piena d’acqua? E Fernand si domanda d’altro canto se davvero la conosce oppure no…
Appena ripubblicato, apparso per la prima volta in Francia sessantadue anni fa, I diabolici sembra scritto domani: troppe volte l’aggettivo “perfetto” e il sostantivo “capolavoro” sono stati accostati a un’opera che fosse letteraria, teatrale, cinematografica, artistica in senso più ampio o chissà in quale altro ambito ancora. Questa volta, però, usare questi due termini non è uno sfoggio facile e banale di corriva enfasi retorica, è proprio così. Le pagine scritte a quattro mani dai maestri francesi del genere palpitano mentre le si sfoglia, e la forza di questo noir che al cinema è diventato un celeberrimo thriller con Simone Signoret in cui la tensione viene resa ancora maggiore, per quanto possibile, dalla pressoché totale assenza di musica, sta nel fatto che, più che le azioni, sorprendono e intrigano attanagliando l’attenzione del lettore le mille sfumature psicologiche dei personaggi, che trascinano in un gorgo di ossessione da cui nemmeno il finale, riuscitissimo, riesce a liberare.

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