I divoratori

I divoratori

Piove, a Milano. Elena e Saverio sono seduti su un taxi, che li sta conducendo al ristorante che lui ha prenotato, e non parlano. Sono entrambi piuttosto imbarazzati soprattutto perché, a parte il sesso, non si conoscono e forse trovarsi insieme in quel momento è un errore. In prossimità dell’hotel, la goffa sagoma di un vigile si avvicina al taxi e comunica al taxista che di lì non si passa. Elena guarda fuori dal finestrino e vede fotografi, faretti a led, transenne, cordoli di sicurezza. A cosa sarà dovuto tutto quel casino? La donna afferra lo specchietto da trucco che porta sempre con sé, lo apre e lo richiude dopo pochi secondi, senza specchiarsi davvero. Quando finalmente i due scendono dall’auto e si avvicinano all’hotel Principe di Savoia, un uomo in tuba, con un sorriso statico disegnato sul viso, li saluta e dà loro il benvenuto. Entrando, Elena si sente persa in una nuvola di incanto e confusione, poi la presa di Saverio intorno al suo braccio si fa più stretta e la donna capisce che sta per accadere qualcosa. All’improvviso, davanti a loro, un’apparizione pressoché perfetta, l’uomo più bello che si sia mai visto. E sta fissando proprio loro. Guardandolo, a nessuno verrebbe mai da chiedersi se sia una persona felice, perché deve esserlo, per forza. È sufficiente guardare la bellissima moglie che gli è accanto, per capire che la sua vita rasenta la perfezione; il suo aspetto non lascia trasparire ciò che ha dovuto sopportare per arrivare a quel ristorante di lusso o ciò che ha fatto nelle ultime ventiquattro ore, volo compreso. Nessuno sa che, ben prima di partire, ha preso dal beauty-case della moglie un farmaco la cui composizione è pericolosamente simile alla morfina; nessuno sa che assume dosi massicce di Ritalin, un medicinale che, grazie alla commistione con altri farmaci, diventa un eccezionale stimolante del sistema nervoso centrale. Nessuno lo sa, neppure Giordano Tirreno che, quella stessa sera, ha deciso di portare all’hotel Principe di Savoia la giovane Frida, trenta anni meno di lui, che ora sta muovendo le piccole dita sulla tovaglia, come se fremessero...

“Io sono solo un pasto da divorare” confessa, esprimendo in un’unica battuta l’essenza del romanzo, uno dei personaggi dell’ultimo lavoro di Stefano Sgambati che, dopo la parentesi autobiografica de La bambina ovunque, torna alla narrativa con un libro sarcastico e crudo che scava con ferocia nella parte più profonda dell’esistenza di un gruppo variegato di persone, che si ritrova a cena nello sfarzoso ristorante dell’Hotel Principe di Savoia a Milano, e ne mette in risalto cattiverie e bassezze, in un vero e proprio gioco al massacro. L’autore, quasi fosse il proprietario stesso del ristorante, pare girare tra i tavoli e presentare i suoi ospiti, rivelandone gli aspetti più intimi, raccontandone il vissuto, ricorrendo all’utilizzo di flashback, e motivando le ragioni che li hanno condotti a cena nello stesso luogo e nella medesima serata. Accento al bellissimo Daniel William King – la portata principale del pasto da divorare – e alla moglie Sally Parson, notissima ed invidiatissima coppia di attori americani, ci sono Elena e Saverio, che incontratisi per caso hanno deciso di concretizzare la loro conoscenza trascorrendo un fine settimana insieme a Milano; ci sono Frida e Giordano, la classica coppia formata da un maturo intellettuale e dalla giovanissima ammiratrice che lui spera di sedurre; c’è l’improbabile famiglia di Carlo, il giovane maître di sala, imbarazzatissimo per la presenza cafona e fuori luogo dei genitori in un contesto tanto diverso da quello frequentato abitualmente dall’allegra combriccola. In un tempo che pare dilatato e rallentato allo stesso tempo, Sgambati fotografa, attraverso il racconto delle fragilità e degli istinti, a volte indecorosi, dei protagonisti, diversi aspetti della realtà attuale, primo fra tutti la smania di apparire, mostrando un’immagine di se stessi completamente diversa da quella che è la propria natura, indossando una maschera sempre e comunque, ma finendo, prima o poi, per pagare a caro prezzo lo sforzo di interpretare un ruolo che non è il proprio. La scrittura di Sgambati, sorprendente e senza sconti, scuote il lettore, che tra le pagine del romanzo trova le sue stesse paure ed i suoi stessi segreti; l’autore è perfetto nella sua capacità di raccontare, senza esprimere alcun giudizio, la meschinità dell’essere umano, che tende a divorare il mondo in maniera meccanica, senza realizzare che spesso finisce per diventare esattamente ciò che non vorrebbe essere.



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