I dodici bambini di Parigi

Quando Mattias Tannhauser entra a Parigi dalla porta di Saint-Jacques un giorno d’estate del 1572, il caldo è soffocante, l’umidità è insopportabile, l’odore è disgustoso e c’è talmente tanto rumore per le strade che “in confronto un campo di battaglia sarebbe (…) un’oasi di quiete”. La più grande città della cristianità è un luogo malsano e pericoloso, affollato di ladri, assassini e prostitute (anche bambine) ma il cavaliere con la croce di Malta sul petto non è qui per turismo: ha cavalcato otto giorni e otto notti per cercare sua moglie Carla e riportarla a casa. Quella donna fiera e testarda nonostante la sua gravidanza avanzata non è voluta mancare alle nozze fra Margherita di Valois e il protestante Enrico III di Borbone, re di Navarra e futuro sovrano di Francia. Ma ora è tempo di abbandonare quella fetida polveriera. Prima possibile. A distogliere Tannhauser dai suoi foschi pensieri arriva il rumore di crudeli scudisciate che lo stalliere dell’Écurie d’Engel sta sadicamente sferrando al suo garzone di bottega. Lo spettacolo indigna il cavaliere di San Giovanni, che smonta di cavallo e in pochi secondi malmena e terrorizza l’uomo, che fugge con la coda fra le gambe. Il ragazzino si chiama Grégoire, ha più o meno dieci anni e un labbro leporino che gli impedisce di parlare bene: sarà la fedele guida di Mattias per le strade di Parigi, un territorio per lui sconosciuto. Il primo passo però è trovare il suo figlioccio Orlandu, che studia matematica e astronomia al Collège d’Harcourt…
Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, San Bartolomeo, l’imbelle re cattolico Carlo IX dà ordine di spezzare la precaria pace di Saint-Germain e - approfittando del fatto che sono praticamente tutti a Parigi per le nozze del loro amato Enrico III - di assassinare i leader protestanti francesi, a partire dal capo militare degli ugonotti Gaspard de Coligny, miracolosamente sfuggito ad un attentato pochi giorni prima. La congiura si trasforma ben presto in follia collettiva, nel massacro sistematico e selvaggio di molte migliaia di parigini in poco più di un giorno. Esecuzioni sommarie, linciaggi, saccheggi, stupri: Tim Willocks nel secondo romanzo della saga di Mattias Tannhauser racconta in tempo reale proprio quelle 36 ore di sangue e orrore, stressando con il suo talento di scrittore (e il suo spessore di essere umano, che si avverte in misura non inferiore) i concetti di moralità ed eroismo, esplorando con il piglio deciso del chirurgo di guerra l’ambivalenza profonda di Matias Tannhauser, antieroe tra gli antieroi. La mappa della Parigi del 1572, oggi quasi interamente scomparsa, sepolta dai secoli, diventa una geografia metaforica dell’incubo, un labirinto della ragione - equidistante dal più buio Medioevo e da Victor Hugo - da cui non si esce grazie alla simmetria, ma solo grazie al caos. Metà Conan metà Cioran, Mattias Tannhauser è una macchina filosofica per uccidere, è pura macelleria esistenzialista. Ha finalmente trovato l’amore e la pace, e per salvare la sua famiglia – meglio: la sua speranza di famiglia – è disposto a falciare uomini come si falcia il grano, con empia, efficiente gioia. Monumentale e brutale, I dodici bambini di Parigi è un capolavoro scritto con la spada.

 

 

 
 
 
 

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