I dodici cerchi

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Karl-Joseph Zumbrunnen è austriaco. Le sue radici però stanno da un’altra parte, in Galizia, Ucraina. Decide così di intraprendere un viaggio alla ricerca delle proprie origini, alla scoperta di un Paese tutto nuovo, venuto fuori dal disgelo sovietico ed alle prese con la sovrabbondanza disorientante della modernità. Un paese la cui lingua Zumbrunner conosce poco e male. Ma in realtà a lui poco interessa perché viaggia con uno strumento di comunicazione universale e tanto gli basta: la macchina fotografica, ché mestiere, lui, fa il fotografo. Su un elicottero che sorvola i Carpazi il suo viaggio si definisce in quella che ha tutta l’aria di essere una prospettiva di destino. I suoi compagni improvvisati sono tipi a dir poco particolari, solo un tiepido assaggio di quello che incontrerà. Giovani figliole audaci e procaci; capelloni rosso fuoco dall’aria a metà tra un hippy e un mafioso, ma pudichi più che seminaristi; letterati di Leopoli che non si sono portati dietro nulla da leggere se non stucchevoli giornali acquistati in treno da un disabile tra cui un’improbabile rivista russa dal titolo pittoresco, “Tutti i colori dell’arcobaleno”, destinata a gay e lesbiche; ragazze che non sanno più come attirare l’attenzione, strette nelle loro minigonne e che accavallano continuamente ora l’una ora l’altra gamba con il ritmo e la costanza di un esercizio ginnico. E poi c’è Roma Vorony, traduttrice ed interprete “di ogni sorta di conferenza postfreudiana della società Dunajs’kyj Klub”, di cui Zumbrunner finisce per innamorarsi. È con lei che intraprende il vero viaggio alla scoperta dell’Ucraina nuova e che si inoltra nell’entroterra di un Paese che vive ancora sospeso tra il vecchio ciarpame sovietico e la proiezione al futuro. È grazie a Roma che si trova impelagato in un microcosmo esplosivo, l’osteria “Sulla luna”, una vecchia stazione di spionaggio sovietica riconvertita in un complesso alberghiero di nuova concezione nel quale brulica una vita onirica, bislacca, fuori dall’ordinario. Lì dentro Zumbrunner si imbatte in personaggi di ogni calibro e sorta, artisti di ogni tipo, intellettuali e canaglie, paradossi per eccesso o per difetto, spogliarelliste e compunti letterati. “Sulla luna”, che può esistere davvero ma non è detto - e questo non farebbe alcuna differenza - è la sintesi perfetta di passato, presente e futuro, una dimensione spaziale da sogno, una metafora a cielo aperto dove tutto è simbolo. Oppure no…

Lo stile narrativo di Andruchovi è particolare. Schizofrenico, per la verità. Tutto tranne che lineare. C’è un dialogo continuo con il lettore al quale si rivolge costantemente tirandolo dentro la trama, offrendogli addirittura delle opzioni, non lasciandolo mai estraneo alla storia che gli sta raccontando e che sta, di fatto, ordendo all’impronta sotto i suoi occhi. Una narrazione fatta di contrappunti e di registri lessicali che si corrono incontro investendosi: la volgarità abbraccia la poesia, l’analisi razionale sbatte contro l’onirismo in un vortice senza inizio né fine, in un flusso continuo e vertiginoso di parole e immagini. Zumbrunner è fotografo e la prospettiva privilegiata dal quale il lettore vede tutto è esattamente questa: l’immagine immaginifica e la visionaria visione. Non un modo ordinario di raccontare un Paese. Per questo all’inizio si resta spiazzati. Dove vuole portarlo Andruchovi, Zumbrunner? Si resta curiosamente rapiti dalla girandola sulla quale piazza tutti: personaggi e lettori. Leggerlo diventa una sfida vera e propria ai contorsionismi da montagna russa (la battuta non è voluta). Nel frattempo il viaggio che ci offre è mozzafiato. Per i panorami, per i paesaggi, per la vita che brulica dentro, per l’antropologia di cui ti innamori, per le frontiere che saltano, per il concetto di spazio che si fa liquido ed indefinito. Tutto bello. Tutto assurdo. Una menzione speciale, però, va fatta alla copertina, tra le più accattivanti e meglio concepite viste ultimamente. Sarà per le memorabilia sovietiche ‒ francobolli, timbri postali e un astronauta con tanto di casco con su impresso CCCP ‒, sta di fatto che il concept grafico targato Ifix centra perfettamente il punto e farebbe gola a qualsiasi journaling addicted. Tutto molto gustosamente, sovieticamente propagandistico. Tutto a cavallo di cortina. Tutto sogno. Tutto realtà.



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