I duellanti

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Strasburgo, 1801. Le truppe napoleoniche di stanza nella città si riposano approfittando di qualche mese di pace, in attesa di partire di nuovo per chissà quale fronte. Il tenente D’Hubert, officier d’ordonnance alla persona del generale al comando della divisione, è in cerca di un commilitone, il tenente Feraud, per comunicargli la decisione del generale di metterlo agli arresti. Feraud infatti quella mattina molto presto si è battuto in duello con un borghese e lo ha trapassato con la spada: la famiglia dell’uomo, molto influente in città, ha protestato con veemenza con le autorità militari e quindi il generale – che, su precisa indicazione di Napoleone Bonaparte, non apprezza affatto i duelli e li considera un inutile anacronismo – ha deciso di punire l’ussaro in modo esemplare. D’Hubert però non trova Feraud in casa, c’è solo una graziosa fantesca che a quanto pare è la sua convivente, a giudicare da come lo protegge e lo difende dalle accuse. Vincendo la reticenza della ragazza, D’Hubert viene a sapere che Feraud si è recato in visita da Madame de Lionne, la moglie di un alto funzionario che ha un “salotto ben noto e qualche pretesa di sensibilità e di eleganza”. Si reca immediatamente là anche lui e un domestico in livrea lo guida in una vasta sala dal pavimento lucidato affollato da dame eleganti che fanno “grande sfoggio di colli e braccia nude” e uomini in uniformi multicolori. D’Hubert attraversa il salone impettito con il suo incedere da aristocratico, si inchina a Madame de Lionne e le spiega che deve comunicare un urgente ordine di servizio al tenente Feraud, che intanto lo osserva perplesso “splendido nel suo dolman nuovo e negli stivali prodigiosamente lustri”. Presolo in disparte, D’Hubert comunica al tarchiato commilitone gli ordini del generale. Feraud lo segue scuotendo la testa: dapprima è incredulo e sorpreso, poi via via una sorda rabbia si impossessa di lui. Comincia a protestare vibratamente con D’Hubert, in fondo non poteva lasciare che “quel mangia-crauti di un borghese si pulisse le scarpe sull’uniforme del 7° Ussari”, no? D’Hubert prova a tranquillizzarlo, gli spiega che il generale lo ha messo agli arresti per sedare le proteste ma probabilmente non vuole trattarlo con severità, basta avere un po’ di pazienza e tutto si risolverà. Feraud però ormai è furente, se la prende con il commilitone, lo minaccia e infine lo sfida a duello. Subito, nel giardino dietro casa sua…

Pubblicato nel 1908 con il titolo Il duello in una antologia con altri cinque racconti, I duellanti – è indubbio, piaccia o no – deve la sua fama alla magnifica riduzione cinematografica che ne fece un esordiente Ridley Scott nel 1977, interpretata magistralmente da Keith Carradine nei panni del raffinato Armand D’Hubert e da Harvey Keitel in quelli del fumantino, selvaggio Gabriel Feraud. E dobbiamo perciò ringraziare Scott non solo per averci regalato un grande film, ma per aver reso giustizia alla geniale, angosciante idea che fa da spina dorsale al plot di Conrad: che effetti può avere su di una vita (seppure movimentata e pericolosa di per sé come solo quella di un soldato di professione può essere) la costante, insensata minaccia portata da una persona violenta, irragionevole che pare considerare la nostra morte una priorità assoluta, una questione di principio? D’Hubert – per quanto valoroso spadaccino, tanto che durante il primo duello per poco non uccide Feraud – è uomo razionale e ragionevole, capace di governare le sue emozioni e non riesce a comprendere né fronteggiare una forza della natura come Feraud, puro istinto e rabbia. Questo infinito duello, questo agguato senza senso e senza pietà, dura per anni e accompagna la parabola dell’impero napoleonico dai grandi trionfi all’apocalisse della campagna di Russia e di Waterloo. Molto si è detto a proposito della genesi della storia de I duellanti: nel 1920 Joseph Conrad scriveva di aver preso spunto per il racconto da una storia vera letta sul quotidiano “Le Petit Méridional” durante un periodo di vacanza, ma la memoria probabilmente lo ingannava, perché invece fu su diversi quotidiani parigini che – dopo il duello finale del 3 gennaio 1907 tenutosi a Viroflay – si parlò della curiosa storia di George Spitzer e André Hann, ufficiali sfidatisi ripetutamente per questioni d’onore e inimicizia. L’edizione Passigli – seppure impreziosita dalla classica, elegante traduzione di Giacomo Prampolini – si caratterizza in negativo per la completa assenza di apparato critico e note. Ma è lo stesso da non perdere.



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