I fidanzati di Babette

I fidanzati di Babette
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Immaginate di avere una figlia di sedici anni ancora nubile, una voglia matta di farla prendere in moglie a qualche signore benestante e un enorme impedimento: vostro marito. Sì, perché il signor Bomberling ha creato il suo tesoretto finanziario letteralmente sulla base delle disgrazie altrui, dando vita a una società di pompe funebri. Le battutine sulla sua professione si sprecano e tengono lontani tutti i potenziali pretendenti della bella Babette. Anna, la madre, inizia ad accusare il colpo anno dopo anno, sviluppando una vera e propria ossessione per quel matrimonio che sembra non voler arrivare mai. Ogni signorotto diventa un buon partito, ogni diceria è un ostacolo insormontabile più per la signora Bomberling che per la figlia che, dal canto suo, ha altri pensieri. Una famiglia disastrata che vive nel periodo precedente al primo conflitto mondiale, ma che sembra abitare in un mondo tutto suo e sprofonda dinanzi a problemi mondani: sono i Bomberling, un’accozzaglia di persone che hanno ben poco in comune a parte il cognome. Il capofamiglia è forse il becchino più autoironico di cui si abbia memoria, un uomo semplice che si è arricchito pensando: “C’è un solo letto di cui tutti hanno bisogno anche se non vorrebbero, ed è la bara”. La moglie è tutta buone maniere e apparenza e i figli sembrano del tutto estranei al destino che è stato designato per loro: Babette vorrebbe lavorare ed essere indipendente, mentre Hermann pensa solo a seguire le gonne delle ragazze che gli capitano a tiro. Un insieme di personaggi che dovranno avere a che fare con le convenzioni sociali e le regole del loro tempo, ognuno a modo suo...

I fidanzati di Babette fu pubblicato per la prima volta nel 1915 e il lettore lo percepisce fin dalla prima riga: siamo in un altro tempo, immersi in una società estremamente materialista sì, ma ancora tenacemente attaccata alle tradizioni e all’immagine. Il libro, nonostante le poche pagine, scorre a fatica e gira sempre intorno allo stesso baricentro: il matrimonio di Babette, i pretendenti di Babette, la sfortuna di Babette. Insomma, per quanto sia da sottolineare la modernità con cui è stato scritto all’alba del XX secolo, a leggerlo oggi il romanzo mostra più di una ruga e di una stanchezza, non solo perché i tempi sono cambiati, ma perché lo siamo noi come lettori. La prosa tende a essere un po’ ripetitiva, nonostante alcuni passaggi davvero esilaranti e molto autoironici, trasformando un libriccino di 100 pagine in un susseguirsi di eventi molto simili tra loro. Altro neo la mancata divisione in capitoli, che avrebbe senz’altro snellito la struttura e fatto notare meno la continua reiterazione degli stessi eventi. È una storia che, soprattutto nei dialoghi, strizza l’occhio ai grandi romanzi dell’Ottocento inglese, da Jane Eyre a Orgoglio e pregiudizio, ma in cui mancano del tutto il vigore, la profondità e la ricchezza che hanno reso indimenticabili quei libri, trasformandoli in grandi classici. Il finale va via via delineandosi e diventa prevedibile già da metà libro, ma spezzo una lancia a favore dell’ultima frase, che riassume alla perfezione non solo il personaggio della Signora Bomberling, ma anche la madre tipo di quell’epoca, preoccupata per le apparenze e niente più.



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