I figli di Húrin

Nell’anno quattrocentosessantanovesimo dopo il ritorno dei Noldor nella Terra di Mezzo, giunge da Angband, nel profondo nord dove regna il malvagio e potente Morgoth, un vento cattivo che viene ribattezzato ben presto il Perfido Fiato, perché si rivela pestilenziale. Molti si ammalano e muoiono, perlopiù bambini. L’epidemia colpisce anche i figli di Húrin: Túrin, che ha cinque anni, ed Erwan, di due anni più piccola. La bambina è adorata da tutti ed è soprannominata Lalaith, “bella come una figlia di elfi”, mentre il fratello ha un carattere cupo, è “lento a dimenticare ingiustizie o beffe” e a momenti si mostra impetuoso e feroce. Túrin giace a lungo in preda alla febbre e a lugubri sogni, ma infine guarisce, “poiché tale era il suo destino e la forza della vita che era in lui”, solo per scoprire che la sua adorata sorellina invece non ce l’ha fatta. Lui vive però, “e vive anche l’Avversario che ci ha fatto questo”, come ricorda al bambino sconvolto sua madre Morwen. Túrin dunque giura vendetta a Morgoth. Passano gli anni, il bambino cresce, ascolta rapito le leggende della Terra di Mezzo che gli racconta Sador, il domestico di casa, ex boscaiolo zoppo. Quando suo padre Húrin viene fatto prigioniero in battaglia dalle truppe di Morgoth, la madre manda Túrin nel reame elfico di Doriath, dove sa che sarà al sicuro. Mentre il figlio è via, Morwen dà alla luce una bambina, Niënor, della quale il fratello maggiore ignora l’esistenza…

Esce nel 2007 come un fulmine a ciel sereno questo romanzo postumo di J.R.R. Tolkien e i lettori di mezzo mondo – almeno quelli che non conoscono a memoria il Silmarillion – si chiedono perplessi: ma chi è questo Túrin? Il nome in realtà non era del tutto inedito, appariva già in accenni enigmatici fatti qua e là ne Il Signore degli anelli, per esempio là dove Tolkien scrive che la tana di Shelob era così orrendamente dura “da non poter essere forata da forza d’uomo; né elfo né nano potevano forgiare l’acciaio adatto a tale impresa e neppure la mano di Beren o di Túrin vi sarebbe riuscita”, ma nessuno si aspettava centinaia di pagine dedicate a questo personaggio del passato remoto della Terra di Mezzo. Eppure già nel 1919 Tolkien scriveva un racconto (Túrin Turambar e il Drago) che in più di una occasione ebbe a definire come solo un abbozzo di una storia più lunga e approfondita che aveva intenzione di narrare presto o tardi. Lo fece subito dopo l’uscita de Il Signore degli Anelli, ma trovò difficile imporre una precisa struttura alla narrazione, per cui il manoscritto è per lunghi tratti costituito solo da abbozzi slegati tra loro. I passaggi di raccordo sono dunque opera di Christopher Tolkien, che però ha sempre precisato che non vi è nel libro alcun elemento estraneo o “inventato” da lui e tutto deriva dagli appunti originali. È una precisazione essenziale, perché in realtà questa è una storia molto diversa dalle altre narrate dal grande scrittore inglese. I figli di Húrin è “(…) il racconto di una maledizione infernale e dei suoi ineluttabili effetti”, come scrive Gianfranco De Turris nella postfazione al volume. “Una storia fosca e quasi senza speranza, un’atmosfera da tragedia classica”, un mix esplosivo e pessimista di mitologia nibelunga e greca che giunge al suo culmine nel finale terribile e angosciante, quando un disperato Túrin si suicida infilzandosi sulla sua spada Gurthang, Ferro di Morte. Racconta Christopher Tolkien nella sua introduzione: “Il personaggio di Túrin aveva un profondo significato per mio padre, il quale, in modo chiaro e immediato, riuscì a fare un ritratto vivo della sua fanciullezza, essenziale per l’insieme: la sua severità e mancanza di gaiezza, il suo senso di giustizia e la sua compassione”. Del resto quando Túrin nasce – circa 6500 anni prima del celebre Consiglio di Elrond a Gran Burrone dal quale sarebbe nata la Compagnia dell’Anello – “con presagi di dolore”, egli è già condannato a vivere sotto il peso oscuro e soffocante di una maledizione, l’odio implacabile di Morgoth, il Nemico Nero, nei confronti di suo padre Húrin. “Su tutti coloro che ami il mio pensiero peserà come una nuvola di rovina e li trascinerà in basso nell’oscurità e nella disperazione”. I figli di Húrin è – con tutti i limiti di un romanzo postumo, quindi ancora tutto da raffinare e più “raccontato” che scritto – la magnifica ed epica cronaca di questa disperazione.



 

 

 
 
 
 

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