I fratelli Ashkenazi

 I fratelli Ashkenazi

Reb Abraham Hirsh Ashkenazi è un ebreo chassidim che ha fatto fortuna in Polonia grazie alla manifattura tessile. Dopo lunga attesa la sua vita è allietata dalla nascita di due figli maschi gemelli, eppure le parole del suo rabbino ne offuscano l’emozione: “I tuoi discendenti saranno uomini ricchi”. Che valore ha la ricchezza? Nessuno. Il severo Hirsh desidera figli pii e dediti allo studio del Talmud come lui, niente ha più valore dell’ortodossia. Da quel momento le sue ansie paterne crescono con i bambini: l’intelligente e sprezzante Simcha Meyer e il passionale e generoso Jacob Bunim. Anche la rivalità tra i fratelli si svilupperà nel corso degli anni e condizionerà i legami all’interno della famiglia e di riflesso nella comunità. Simcha Meyer otterrà quello che vuole: la moglie giusta, il prestigio, il denaro, ma non solo. La brama che lo spingerà a migliorare la sua posizione stravolgerà l’esistenza degli abitanti di Łódź...

Definire l’opera di Israel J. Singer una saga famigliare sarebbe riduttivo. I contrasti fraterni, l’invidia tra parenti di diverso ceto, lo scontro generazionale tra padri e figli nel nome della modernità, il rifiuto dei valori morali e religiosi fino all’apostasia sono una parte degli innumerevoli spunti di questa vicenda, che s’inserisce in un periodo storico di grande fermento per la Polonia e la Russia, con l’avvento del marxismo, delle contestazioni operaie e dei terribili pogrom tra ‘800 e ‘900. Scopriamo la vita degli ebrei chassidim, commercianti, operai e studiosi, disprezzati dai gentili ma allo stesso tempo necessari all’economia e il divario tra i ricchi proprietari di fabbriche a vapore e i connazionali poveri sfruttati al limite dello schiavismo. Il rapporto patriarcale, la sottomissione della donna fino all’abuso nel talamo coniugale, a cui nessuna può opporsi e di cui è figura emblematica la fiera Dinah, che trova rifugio in romantiche letture. Trionfa su tutti il calcolatore Simcha Meyer - la sua perfida intelligenza ricorda l’Uriah Heep dickensiano, altrettanto avido, scaltro e simulatore. Ma simili altezze non portano che solitudine.



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