I fratelli Friedland

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È una serata del 1984. Arthur Friedland sta accompagnando i suoi figli tredicenni – i gemelli identici Eric e Ivan – a teatro, a vedere lo spettacolo di un mentalista ipnotizzatore. Ma prima faranno tappa a casa dell’ex moglie di Arthur per prendere Martin, il figlio maggiore. Sono separati da quattordici anni, ormai: la nuova moglie di Arthur è una stimata oculista e guadagna molto bene, permettendo a lui di non lavorare. Passa infatti la vita “a riflettere sulla vita”, crogiolandosi nell’aspirazione apparentemente del tutto pretestuosa di fare lo scrittore e aspettando che gli editori e il pubblico finalmente si accorgano del suo talento, che però finora nessuno ha notato. Martin è così ansioso di passare la serata con il padre e i fratellastri che sta da due ore alla finestra ad aspettarli e appena li vede arrivare si precipita fuori, rischiando di essere investito da un’altra automobile. Passato lo spavento, padre e figli si dirigono al teatro. Fuori c’è uno striscione con scritto “Il grande Lindemann – Maestro dell’ipnosi… Vi insegna a temere i vostri sogni”. Entrano. Hanno buoni posti, in terza fila. La platea è piena. Si abbassano le luci, si apre il sipario e Lindemann appare sul palcoscenico. È un ometto corpulento che indossa un abito grigio con un fazzoletto verde che spunta dal taschino e occhiali con montatura in corno nera. Parla con voce sommessa, spiega a grandi linee cos’è l’ipnosi, ridacchiando ogni tanto come per battute che capisce solo lui, poi inizia a coinvolgere la platea. Prima fa alzare in piedi l’intera prima fila, fa prendere tutti per mano e poi dice loro “Adesso non vi lascerete più, (…) siete attaccati gli uni agli altri”, e quelli incredibilmente non riescono a staccare le mani. Applausi. Ma come fa? Sarà un trucco, dai. Lindemann conta fino a tre e l’incanto è rotto, staccano le mani e si siedono perplessi. Poi fa salire sul palco due uomini e una donna e con una parola sussurrata all’orecchio fa perder loro conoscenza. Ordina loro “E adesso siate felici!”. Si gira verso il pubblico e spiega l’esperimento in corso, ma mentre spiega si lamenta per il caldo – e tutti subito sentono un caldo soffocante – subito dopo si lamenta per il freddo – e tutti rabbrividiscono e battono i denti. Insomma Lindemann spiega che i tre spettatori sdraiati sulle assi del palcoscenico stano rivivendo (sognando?) proprio in quei momenti i giorni più felici della loro esistenza. Li sveglia, e quelli attoniti si mettono a piangere, improvvisamente consapevoli di aver vissuto un inganno, un’illusione. Lo spettacolo continua e dopo un po’ l’ipnotista chiama proprio Arthur. Lui fa lo scettico (“Con me non funziona!”) ma alla fine, spinto dai figli, accetta di salire sul palco. Lindemann lo ipnotizza e lo fa parlare di sé: Arthur confessa davanti a tutti di non essere felice, di sognare di scappare dal suo Paese e dalla sua famiglia (che non ama), di voler solo sparire, di non avere ambizioni, nemmeno come scrittore oltre che come padre e marito. Lindemann per capriccio allora gli dà un ordine post-ipnotico: d’ora in poi Arthur lotterà per affermarsi come scrittore, con tutte le sue forze, costi quel che costi. Poi, lo sveglia…

La serata a teatro di Arthur e dei suoi figli è però solo il decisivo antefatto di una storia che in realtà si svolge più di vent’anni dopo, nel 2008, e che ha per protagonisti Eric, Ivan e Martin. Il primo è diventato un broker paranoico, tossico (come i titoli che fa acquistare ai suoi malcapitati clienti) e sull’orlo della rovina; il secondo è un affermato mercante d’arte gay il cui artista di punta è però una truffa, perché i suoi quadri li dipinge lui stesso; il terzo è un prete bulimico e malinconico che non crede davvero in Dio. Vite molto diverse tra loro eppure profondamente legate – non solo perché si tratta pur sempre di tre fratelli, di cui due gemelli – ma perché tutte modellate dalla figura assente e al tempo stesso ingombrante del padre, Arthur, che dopo l’ipnosi da parte di Lindemann se n’è andato di casa ed è diventato uno scrittore celeberrimo grazie al bestseller Il mio nome sia Nessuno. Peccato che questo romanzo del tedesco Daniel Kehlmann non abbia avuto la medesima fortuna planetaria: l’avrebbe meritata, perché è uno dei più bei romanzi europei degli ultimi anni, una riflessione profonda sulla causalità e la casualità, la felicità e la verità, il passato e la memoria, l’amore e la morte. E, ovviamente, sulla paternità. Quanto delle nostre vite è determinato dalle nostre scelte, quanto dal destino e quanto dall’imprinting dei nostri genitori, esseri miseri e imperfetti (come i figli) ma condannati dal loro ruolo ad esser presi come esempi, a lasciare un marchio sui figli con le loro azioni, banali e imperdonabili al tempo stesso? Kehlmann si districa con una prosa elegante e mai banale tra i misteri della vita, ma li inserisce in un intreccio appassionante da leggere, riesce a portare la complessità e la filosofia in una trama che non sfigurerebbe in una soap opera. E – in un memorabile capitolo intitolato per l’appunto Famiglia – ridefinisce il concetto stesso di saga familiare intraprendendo un viaggio patrilineare nel passato dei Friedland che meriterebbe un romanzo a sé. È Daniel Kehlmann il nostro Grande Lindemann: ci ipnotizza, fruga nella nostra anima, sembra sapere cose che non potrebbe sapere, parla al nostro cuore. E ci fa venire voglia, appena finito di leggere I fratelli Friedland, di ricominciare a leggerlo subito una seconda volta.



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