I fratelli Karamàzov

I fratelli Karamàzov
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Russia, seconda metà dell'800. Il possidente Fëdor Pávlovič Karamàzov da sempre conduce una vita dissoluta, è spregiudicato e opportunista, sembra quasi compiacersi di essere sgradevole. Il rapporto con la sua prima moglie - Adelájda Ivànovna Mjùsova, una ragazza di buona società e dalla considerevole dote apparentemente persuasa che il marito “malgrado la sua fama di parassita fosse uno degli uomini più audaci e arguti di quell'epoca (…) mentre non era che un misero buffone e nient'altro” - era ben presto sfociato in liti continue e risse (si diceva in giro che a prenderle fosse Fëdor) e ben presto la donna era andata via di casa abbandonando anche il piccolo Dmìtrij di 3 anni, ma era morta poco tempo dopo, probabilmente di tifo. Affidato il figlio con prontezza a un cugino della ex moglie che si era offerto di allevarlo e istruirlo, il buon Karamàzov aveva pensato bene di risposarsi dopo una 'salutare' vacanza a base di orge e gozzoviglie, e aveva scelto alla bisogna una orfanella sedicenne allevata in una cittadina di provincia dalla ricca vedova di un generale: stavolta non aveva ottenuto “nemmeno uno spicciolo di dote”, ma in compenso trovava sublime turbare l'innocenza della moglie ragazzina coinvolgendola in dissolutezze sessuali e maltrattandola. La poverina aveva dato a Fëdor due figli, Ivàn e Alekséj, ed era morta quando erano ancora piccoli. Anche stavolta, quel disgraziato di Fëdor Pávlovič non si era curato dei bambini, affidati a un servo finché la vedova del generale che aveva cresciuto sua moglie Sòf'ja non aveva deciso di venirli a prendere e portarli a casa sua. Ormai i fratelli Karamàzov hanno rispettivamente 28, 24 e 20 anni: Alekséj ha scelto la vita monacale, sedotto dalla figura carismatica dello stàrets Zosìma, ed è venuto a vivere nel monastero della cittadina nella quale vive il padre. Quest'ultimo - avvizzito e prostrato da decenni di bagordi e malefatte - sembra in qualche modo colpito dalla scelta del figlio, quasi voglioso di pentimento, e ha devoluto importanti somme di denaro al monastero. Consapevole dei profondi dissidi tra il padre e i fratelli maggiori, l'ingenuo Alekséj organizza un incontro di tutta la famiglia con Zosìma, famoso per la sua acutezza, la sua santità e la sua capacità di leggere come in trasparenza l'animo umano. Ma malgrado i proclami di Fëdor, la riunione dei fratelli Karamàzov si trasforma ben presto in un disastro che avrà conseguenze terribili, persino un omicidio...

I fratelli Karamàzov è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij: nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, ma la morte lo colse quattro mesi dopo la pubblicazione del romanzo, avvenuta come spessissimo succedeva nel XIX secolo a puntate su di un periodico politico (la rivista “Russkij Vestnik”, per la precisione) prima che in volume. Oggetto di numerose riduzioni cinematografiche e teatrali, indicato da tanti intellettuali e artisti del '900 come libro preferito e persino citato da Papa Benedetto XVI in una enciclica, I fratelli Karamàzov è al tempo stesso una saga familiare, un affresco storico-politico, un pamphlet sulla religione e un noir. Non mancano i riferimenti autobiografici: nel 1878 la morte per una crisi epilettica di Alyosha, il figlio di 3 anni di Dostoevskij, lo condusse al monastero di Optina e lo indusse a profonde riflessioni di natura religiosa. Il protagonista del romanzo (o almeno quello così definito dal narratore) Alekséj è l'uomo che l'autore avrebbe voluto il suo piccolo sfortunato Alyosha divenisse, e la figura del “santo” Zosìma è ricalcata su quella di Elder Leonid, un monaco venerato a Optina. Secondo l'interpretazione della maggior parte della critica letteraria - su I fratelli Karamàzov sono stati scritti una quantità incredibile di saggi - l'odioso capofamiglia Fëdor Pávlovič Karamàzov rappresenterebbe la Russia zarista corrotta e decaduta, che può riscattarsi (come del resto tutti noi, suggerisce Dostoevskji) solo attraverso la sofferenza e l'amore, affidando il suo futuro all'innocenza dei bambini, delle nuove generazioni che condurranno verosimilmente la nazione alla gloria internazionale. In effetti pochi decenni dopo l'avvento di Lenin prima e di Stalin poi (e la rivoluzione non è forse anche un parricidio?) avrebbero creato il gigante sovietico, per 70 anni circa alla guida di mezzo mondo, ma verosimilmente lo scrittore russo immaginava qualcosa di un po' diverso. Rigettando le istanze socialiste e il nichilismo secondo lui già sin troppo radicato nella cultura arcaica russa, Dostoevskij riscopre l'anelito religioso e indica nella spiritualità la chiave dell'esistenza: non è però una conversione banale e senile, bensì una visione complessa (e anche contraddittoria) e molto moderna. Furioso per le accuse di moralismo ricevute dal romanzo, egli stesso scriveva poche settimane prima di morire: “Non è come un imbecille qualsiasi (fanatico) che io credo in Dio. E quelli là vogliono insegnare a me e ridono della mia arretratezza!”. Di qualsiasi fede si tratti, quella espressa ne I fratelli Karamàzov è fatta più di domande che di risposte, più di dubbi che di certezze, più di ricerca nevrotica che di serenità. Come tutt'altro che serene sono le traiettorie di vita dei personaggi, inzuppati fino in fondo all'anima di rancore e disprezzo, coinvolti in vicende losche e degradate (stupri, ricatti, prostituzione), travolti da una vicenda giudiziaria angosciante che non riesce a fare luce su un parricidio che ha molto di simbolico. È come se Dostoevskij avesse voluto scrivere un romanzo per donare una luce ai suoi lettori e invece avesse finito per rendere ancora più scuro il buio che incombe su tutti noi.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER