I frutti del vento

I frutti del vento
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“Diventare padroni della terra a patto di riuscire a piantare cinquanta alberi da frutto”. La legge dell’Ohio era sembrata buona e giusta a James Goodenough, ma allora non aveva idea di quanta fatica richiedesse tirar su un frutteto nella Palude Nera. Lasciare il Connecticut e gli agi del posto in cui sono cresciuti non è stata una scelta facile per James e sua moglie Sadie, dal cui burrascoso ménage familiare sono nati dieci bambini. La Palude Nera, con la sua umidità che fa marcire le radici e proliferare le zanzare, non regala niente a nessuno. Tra stenti, fatica e malaria, dopo nove anni trascorsi lottando contro gli acquitrini e la selva, dei loro cinque figli ne sono rimasti in vita solo cinque. Un dolore che Sadie ha tramutato in rancore e stizza per il marito. James è ossessionato dal frutteto, la moglie non la sfiora quasi più; le mele Golden, con il loro sapore di miele e ananas, sono il suo conforto. È riuscito a tirar su trentotto meli, li ha innestati, “ha fatto il mestiere di dio” come lo rimprovera John Chapman, il venditore di alberi ambulante. I figli, come gli alberi di mele, che Sadie vuole asprigne per fare il sidro e James ama dolci da mangiare, sono il tatami su cui i due sposi combattono e cercano di estendere la loro sfera di potere. Robert, il più piccolo, ha occhi ambrati e profondi che sembrano costringere ciascuno a guardarsi dentro, per vedere il proprio intimo inferno; è il preferito di Sadie, che tuttavia non riesce a dimostrare affetto a nessuna delle sue creature e vessa con i suoi capricci la docile e minuta Martha, la figlia prediletta di James. È maggio, i meli sono in fiore, la neve si è sciolta e i Goodenough possono recarsi a Perrysburg, la città più vicina a fare provviste all’emporio. Il viaggio è lungo e i buoi fanno fatica a trainare il carro per le strade fangose. Sadie è felice. La sera, dopo cena, si allontana dal resto della sua famiglia per raggiungere, nel bosco, il palco dove alcuni predicatori congregazionisti attirano le folle. In preda ad una suggestione collettiva, tutti saltano e urlano, anche la donna, che ha in corpo tanta di quell’acquavite da avere perso la poca lucidità residua. È notte fonda, quando James, camminando nel buio del bosco, inciampa su due corpi stesi per terra: alla luce della lampada, riconosce la moglie mezza nuda infoiata in un amplesso con uno sconosciuto. La donna guarda il marito e scoppia a ridere…

È stato durante le ricerche condotte per la scrittura del suo precedente romanzo, L’ultima fuggitiva (Neri Pozza, 2013), che la Chevalier si è imbattuta nella lettura di un libro del giornalista Michael Pollan, The botany of desire, e ha immaginato la storia di una coppia alle prese con la coltivazione di meli in Ohio all’inizio del XIX secolo e le conseguenze di quelle fatiche sul destino di tutta una famiglia. L’autrice, già nota per La ragazza con l’orecchino di perla, successo confermato da cinque milioni di copie vendute, continua a sorprendere il pubblico dei lettori con un nuovo romanzo storico, felice ibrido che coniuga insieme storie di migrazioni, di persone, di semi e piante con l’invenzione di vicende umane, sapientemente incastonate nel contesto. Personaggi realmente esistiti popolano e lubrificano gli ingranaggi della storia dei Goodenough, da John Appleseed, nei panni del venditore ambulante di piante tra l’Ohio e l’Indiana, al botanico britannico William Lobb, che agli inizi dell’800, introdusse in Inghilterra piante originarie del continente americano, come le spettacolari sequoie. I frutti del vento, con il suo avvio aspro e mefitico sembra tradire la dolcezza evocata dal titolo. Ma lentamente la narrazione vira verso i colori solari della California e il sapore dolce, come di miele e ananas delle mele Golden, quel sapore che è una ricerca continua per James Goodenough e poi, per il suo erede, Robert

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