I funerali della Mamá Grande

I funerali della Mamá Grande
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In una giornata torrida, madre e figlia prendono il treno. La calura è micidiale, i fiori che portano con loro non la tollerano. Sono quasi tutti appassiti. Arrivate al paese si cercano la casa del prete. La perpetua oppone qualche resistenza alla loro visita, ma le due hanno urgenza di visitare il cimitero. Al prete fanno un nome, ma quello sul registro dei morti non lo trova. “È il ladro che hanno ucciso qui la settimana scorsa - disse la donna - ed io sono la madre”… Don Aurelio Escovar è il dentista del paese. È intento alla lucidatura di alcuni denti d’oro quando il figlio lo avverte che è arrivato l’Alcalde per farsi cavare un dente. Tra i due esistono ruggini politiche irriducibili e davanti alla risolutezza di Escovar a farlo patire dell’ascesso che gli ha gonfiato la guancia, l’Alcalde minaccia di sparargli… Damaso tenta il suo primo furto al bar del villaggio. Dopo essere stato via l’intera notte ritorna a casa da Ana con un involto informe. La donna vi trova dentro delle palle da biliardo, l’unico bottino che Damaso è riuscito a trafugare dal locale di don Roque. Nel villaggio la notizia si ingigantisce, poi si sgonfia, poi le palle rubate diventano la causa principale del tedio cittadino e del quasi fallimento di don Roque. A Damaso non resta che riportare indietro la refurtiva, ma come? Baltazar costruisce gabbie. L’ultima è una meraviglia, una cosa mai vista. Il fil di ferro è intrecciato con una grazia da fare gola a più di uno. La gabbia, però, è destinata al figlio di Chepe Montiel, che l’ha commissionata. Baltazar e Ursula, sua moglie, fantasticano sul prezzo che Montiel avrebbe pagato azzardandosi a stimarla fino a sessanta pesos. Ma Montiel, vista la stupidità di Baltazar ad accettare la commissione da un moccioso di dodici anni, non intende cavare dalla tasca nemmeno un duro. La gabbia, che altri avrebbero pagato a peso d’oro, diventa per Baltazar l’assist verso la follia… Dopo un lungo tempo di agonia e dopo che l’unico medico del villaggio le avesse messo tutti gli impiastri possibili dentro e fuori, la Mamá Grande, dopo essersi fatta portare sulla sua sedia di vimini e dopo aver completato con precisione di dettare il suo testamento, spira con un sonoro rutto. La sua morte scuote tutti, dagli umili al Presidente della Repubblica, al Papa. La mobilitazione è generale, i funerali della Mamá Grande diventano molto più che una festa, con gli incantatori di serpenti, i venditori di biglietti della lotteria ed i banchi coi ritrovati miracolosi…

Molto prima di Macondo esisteva Foglie morte. Ancora prima di Foglie morte è esistita questa raccolta di otto racconti in quattro dei quali Gabriel García Márquez aveva già tracciato con precisione e lungimiranza una mappa che ha costituito l’ossatura di Cent’anni di solitudine e, ancora prima, dei suoi prodromi. Quando furono pubblicati in Italia, nel 1969 - un anno dopo Cent’anni di solitudine – i racconti de I funerali della Mamá Grande (che in patria erano usciti nel 1962) sembrarono - come scrive Dario Puccini - “rivelazioni posticipate”. In realtà non erano altro che anticipazioni di un discorso molto più articolato, di un mondo molto più complesso, una collezione di personaggi che da Ursula, al Colonnello, al padre Angel sono le bozze di quelli più definiti che incontreremo in futuro da Foglie morte in poi. Tecnicamente, questa raccolta non ha un ordine organico né segue un filo conduttore preciso. Non è ordinata, insomma, ma ricalca, in ogni modo, uno stile ben definito che si consoliderà nel tempo, quando a questi brevi tratti di penna verrà concesso un respiro più ampio. Le venature ironiche che spezzano un dramma potenziale appartengono ad un canone ben definito che sottende un fatalismo puramente sudamericano. L’iperbole descrittiva, infine, tesa ad esaltare i difetti come fossero sotto una lente di ingrandimento ci invita a tenere in considerazione, in ogni circostanza, tutti quegli esseri umani che non sono mai stati toccati dalla grazia. Questa raccolta è un ennesimo “armadio marqueziano” ben assortito dal quale i personaggi che saltano fuori costituiscono, di fatto, la vera rete capillare dell’universo.



 

 

 

 
 
 
 

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